Il maestro in giro per la città: collaboriamo tutti Che emozione tornare a San Pietro a Majella Ai giovani dico: la musica è sacrificio. Il Massimo farà invidia al mondo intero. Bene i lavori e lacustica è eccellente Una raffica di vento e pioggia, poi uno sprazzo di pallido sole: non si può dire che Riccardo Muti ieri abbia trovato Napoli nel pieno della sua immagine oleografica. Per tacere della tempesta politico-istituzionale che incombe della città e di cui il maestro sembra non sapere nulla: «Giro il mondo, non sempre vedo i giornali italiani». Freddo, pioggia e nuvole. Ma non si può negare che per Muti la giornata napoletana sia stata più che bella: la visita ai cantieri del San Carlo e del convento di San Domenico Maggiore e lincursione al Conservatorio di San Pietro a Majella. Più la registrazione di unintervista per "La storia siamo noi" di Giovanni Minoli, una puntata sulle secolari vicende del Massimo napoletano. Teatro che Muti conosce molto bene, in cui da ragazzo entrava in punta di piedi e nel quale più volte si è esibito anche da maestro affermato. Il prossimo appuntamento è dal 7 al 9 febbraio: Muti inaugurerà la stagione sinfonica dirigendo la sinfonia Juppiter di Mozart, lo Stabat Mater e il Te Deum di Verdi. Intanto si informa sullo stato dei lavori, seguiti dai soprintendenti Stefano Gizzi e Nicola Spinosa. Si compiace dei nuovi spazi per le prove. Sale sul palco e batte le mani per provare lacustica: ha laria soddisfatta. «Lacustica è eccellente: il San Carlo farà di nuovo invidia al mondo», dice. «A chi mi parla dei problemi di Napoli rispondo che è il mondo intero ad avere problemi. Ma io so che questa città si può salvare con la buona volontà. Se le istituzioni si mettono in collegamento tra loro: in senso fisico ma anche culturale. Napoli è una capitale: lo è stata nel Settecento, poi forse le cose sono cambiate. Ora vedo nuovi fermenti, leggo i segni di una ripresa: so che i tempi saranno lunghi, ma io sarò sempre disponibile. Ho sempre difeso questa città e lo farò sempre, anche perché allestero se ne parla troppo spesso in maniera impropria. È la mia città ed è una capitale», insiste il maestro. «Mia madre ha voluto che nascessi qui proprio per questo motivo. Nellavvicinarsi del parto, la mia famiglia si spostò dalla Puglia per raggiungere Napoli, dove sono venuto alla luce in via Cavallerizza 14». Il tour prosegue verso il Conservatorio San Pietro a Majella, dove Muti ha studiato da ragazzo. Lo accompagnano Salvatore Nastasi, commissario del San Carlo e capo di gabinetto del ministro Bondi, e Claudio Velardi, assessore regionale al Turismo. Pretesto del blitz, una manciata di minuti appena, la presentazione della rassegna "La città cantante" a cura di Pasquale Scialò, la cui prima fase si svolgerà allUniversità Suor Orsola dal 13 al 31 dicembre. «È sempre unemozione», mormora Muti varcando la soglia dellantico convento dei padri Celestini, che nel 1806 raccolse in una sola sede i quattro antichi conservatori della città. «Se da napoletano ho fatto il giro del mondo è perché vengo da qua», dice il maestro. «In questa città la musica non si è mai fermata: magari ci sono periodi in cui lattenzione è maggiore, altri in cui è minore». Percorre velocemente i due chiostri, entra nella sala Martucci, saluta il presidente Niccolò Parente e il direttore Patrizio Marrone. «È qui che ho imparato la musica. In questa stessa sala ho dato il mio esame di pianoforte. Il mio modo di dirigere Brahms e Beethoven lho appreso qui. In realtà non si capisce bene cosa sia la musica: se un lavoro, una professione, una missione. Certamente è una strada che richiede sacrificio. La fortuna e il talento si possono combinare in vari modi: non è detto che il più famoso sia anche il più bravo. E viceversa. Ai ragazzi che intendono percorrere questa strada dico: fare il musicista è fondamentale per cercare di risollevare le sorti del nostro paese. Spero che molti teatri che oggi sono in crisi un giorno possano riaprire: non soltanto per portare la musica a più persone possibili, ma anche per creare nuovi posti di lavoro. Non voglio parlare banalmente dei tagli alla cultura, non si tratta delle colpe di questo o di quel governo: noi stiamo pagando decenni di abbandono, una situazione contro cui ho sempre protestato. Le prove del concerto dinaugurazione della stagione sinfonica del San Carlo saranno aperte ai ragazzi del Conservatorio. E io sarò lieto di intrattenermi con loro». La mattinata volge al termine quando Muti lascia San Pietro a Majella per San Domenico Maggiore. I due conventi sono contigui, ma occorre fare il giro, scendere lungo il vico San Domenico ed entrare nel cortile su cui dà la facciata della basilica di San Domenico: il cui abside, da cui i napoletani sono soliti entrare, domina la piazza omonima, qualche decina di metri più a valle. Fu la prima sede delluniversità degli studi, fondata da Federico II nel tredicesimo secolo. È il cuore della Napoli medievale, che Muti sembra conoscere come le sue tasche. Ma in quel convento, come la maggior parte dei suoi concittadini, non è mai entrato. Sulla soglia lo accoglie Orsola Foglia, progettista e direttore dei lavoratori. Lo guida per le antiche sale del convento e gli illustra lo stato dei lavori di restauro. Con lei cè Ida Maietta, direttore delle opere storico-artistiche. Il maestro è vivamente impressionato. Si ferma a guardare, chiede ragguagli. Si stacca per un momento dal gruppo dei suoi accompagnatori per chiamare la moglie Cristina: è in via San Gregorio Armeno, davvero a quattro passi da quel convento che sta riemergendo dalloblìo e dalle stratificazioni architettoniche. Muti desidera che anche la moglie goda di quelle meraviglie, ma il telefonino non ha campo: nulla da fare. Ecco la Sala del Capitolo: per decenni è stata unaula di tribunale, in futuro dovrebbe ospitare gli strumenti del Conservatorio. «Ma sarà anche un luogo in cui la musica vivrà», spiega il musicologo Pasquale Scialò, anchegli tra gli accompagnatori di Muti. Ed ecco il corridoio con gli ovali dipinti da Domenico Viola, allievo di Mattia Preti: illustrano episodi della vita di San Domenico. Proprio da questo corridoio si accede alla cella nella quale San Domenico visse. «Allambiente originale del Duecento si sono sovrapposti nuove stratificazioni, soprattutto nellOttocento», spiegano Orsola Foglia e Ida Maietta. Il maestro ne è affascinato: entra nella celletta seguito da una folla di operatori e fotoreporter, qualcuno distoglie finalmente la sua attenzione da Muti per riprendere lambiente. «Vuol dire - scherza Claudio Velardi - che, una volta restaurata la celletta, la utilizzeremo per ospitare il maestro nei suoi soggiorni napoletani». Che, si vuole intendere, saranno frequenti.