Da Rosi a "Shooting" liconografia è rimasta uguale: il fascino delle rovine, gli stessi vicoli e unidea ferma nel tempo Fa discutere il film del regista tedesco e la sua rappresentazione della Sicilia Nel film "Dimenticare Palermo" di Francesco Rosi (1990, dal romanzo di Edmonde Charles-Roux), i due protagonisti Jim Belushi e Mimi Rogers pranzano sulla terrazza dello Shangai affacciata su piazza Caracciolo, poco prima che tra i vicoli della Vucciria una rissa si concluda con una ammazzatina. In "Palermo Shooting" di Wim Wenders (2008), il fotografo in crisi Finn interpretato dalla rockstar Campino siede ai tavolini del medesimo ristorante (le tende rosse del mercato si sono nel frattempo penosamente diradate), e se stavolta non ci scappa il morto è soltanto perché la freccia scagliata da un Dennis Hopper incappucciato come uno dei Beati Paoli è metaforica, e per giunta lo manca di poco. Ventanni dopo, siamo ancora qui a rimuginare le stesse location di rovine e abbandono (con le new entry di altri due scenari diruti, inagibili allepoca del film di Rosi, la terrazza di Expa in via Alloro e il Teatro Garibaldi), le stesse meditazioni sulla morte come sigla di Palermo: «Questi palazzi sembra abbiano la lebbra» mormorava assorta Mimi Rogers davanti agli intonaci screpolati di Palazzo Villafranca, a piazza Bologni, e laffresco con il Trionfo a Palazzo Abatellis è ora assunto da Wenders ad allegoria, neanche troppo sottile, dei destini incrociati del personaggio e della città. Con qualche libertà storiografica di troppo: il dipinto, ad esempio, non è opera di un pittore palermitano come asserisce Flavia - Giovanna Mezzogiorno per caricarne il ruolo identitario, ma certamente di un artista venuto da fuori, forse catalano, forse settentrionale. Ma tantè. È il limite di uno sguardo pigro, irretito dalla sovrabbondanza di luoghi comuni se molti visitatori che intendono narrare Palermo rimangono impastoiati nel medesimo repertorio (da quanto tempo le mummie dei Cappuccini pretendono di riassumere lanima profonda, neanche fossero le sole catacombe popolate di fantasmi scheletriti? Puntualmente compaiono in sogno a Finn prima del suo viaggio in Sicilia); o è invece colpa della incapacità storica della città di irradiare una immagine diversa dal brand morte seduzione? Forse sono vere entrambe le cose: difficile resistere a una fascinazione che il romanzo italiano del Novecento più letto allestero, "Il Gattopardo" ovviamente, ha distillato in una sentenza inappellabile nel colloquio del Principe con Chevalley in cui si teorizza lirredimibile diversità della Sicilia (non vi è riuscito neppure uno studioso raffinato come Christopher Woodward, che nel suo saggio "Tra le rovine" sosta in estasi dinanzi a quel che resta di Palazzo Lampedusa). Ancora più difficile se uno dei più grandi centri storici dEuropa continua a mostrare le piaghe che conosciamo da sempre, ma anche se quelle stesse piaghe sono addirittura esibite come palcoscenico esotico (un esotismo accattone) come è avvenuto sino a qualche anno fa con le rassegne estive del Comune, prima che anche queste chiudessero i battenti lasciando le rovine nel medesimo stato di abbandono. Provate a passare per Palazzo Bonagia, in quella via Alloro inquadrata da Wenders tra le impalcature che nascondono i restauri degli edifici nobiliari, e lo troverete desolato, con le pedane adoperate per il bar e gli spettacoli infradicite dalla pioggia. E del resto, avrebbe potuto Wenders enfatizzare narrativamente a tal punto i Quattro Canti (una bolgia di clacson, traffico, rumori) se si fosse provveduto a una magari parziale pedonalizzazione della città antica? Manca qualsiasi idea di futuro per Palermo, nel film del regista tedesco come nelle cose di questa città dove, forse inevitabilmente per chi vi giunge per poco tempo, linnegabile potenza dimmagine di un centro storico che incunea come una lama nel presente quello scenario archeologico da medioevo prossimo venturo di cui la nostra epoca è ghiotta, finisce col soverchiare tutto il resto. A maggior ragione se il resto è senza anima, anche se a volte si desidererebbe una rappresentazione capace di sfidare il rischio dellanonimato, di raccontare strade, case, quartieri, personaggi senza lasciarsi irretire più di tanto dalla malìa in cui spesso e volentieri capita di specchiarci: lo ha rivendicato di recente uno scrittore come David Grossman per una città martoriata quale Gerusalemme, è stato fatto dal cinema per Beirut, figurarsi se un analogo registro low profile non può essere adottato anche per Palermo dove il peso (anche visivo) della storia è determinato dallo squallore, delle piccole misere vicende di corruzione, incuria e ignoranza in misura non inferiore che dalla tragedia. Rassegniamoci: le nostre rovine, per teatrali e cinematografiche che possano essere, non hanno un respiro epico, e il loro persistere racconta soltanto un ignavia che non riesce a presentarsi come metafora se non gonfiando il petto come il rospo della favola. Così accade spesso che la caratterizzazione evolva in una involontaria caricatura. Come quando si suggerisce, nel film, che questa condizione premoderna che abita Palermo coincida con un contatto più autentico con le esperienze elementari dellesistenza (ancora: la Vita, la Morte, lAmore, il Tempo, tutte con la maiuscola): per noi, un alibi - lennesimo - neanche tanto nuovo, la consolatoria proiezione immaginativa di essere anche così, nello sfacelo, il sale della terra.
PALERMO - Urbanistica: Wenders e la città senza futuro
Il film "Palermo Shooting" di Wim Wenders rappresenta la Sicilia con una visione critica e ironica. Il regista tedesco utilizza la città come metafora della morte e dell'abbandono. Il film mostra la città con le sue rovine e i suoi vicoli, ma anche con la sua corruzione e ignoranza. La rappresentazione della città è critica e non romantica, e il film non cerca di presentare una immagine positiva della Sicilia. Wenders utilizza la città come un palcoscenico per esplorare temi come la morte, l'amore e il tempo. Il film è un'analisi critica della città e della sua condizione, e non una rappresentazione romantica o idealizzata.
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