La protesta dopo l'accorpamento delle competenze deciso dal ministero Gabriella Belli (Mart): siamo orfani, così ci mancherà una guida Ironico Fuksas: non cambiava niente prima, non cambia niente ora Il timore è che «questo momento di recessione si trasformi in un pericoloso regresso della cultura». Il documento indirizzato a Sandro Bondi, ministro per i Beni e le attività culturali, dall'Amaci l'associazione tra i ventiquattro principali musei di arte contemporanea in Italia gronda preoccupazione da ogni riga. Presieduti da Gabriella Belli del Mart di Rovereto, i musei scendono in campo per la riforma del ministero: addio al Parc, l'autonoma Direzione generale per Paesaggio, architettura e arte contemporanea, che viene assorbita dalla nuova Direzione Belle arti e paesaggio, ripristinando un antico nome. Nel documento si legge che «mentre l'arte contemporanea riscuote sempre maggiori consensi a livello internazionale e le statistiche mostrano una sempre maggiore frequentazione da parte del pubblico, l'attenzione per il contemporaneo sembra scomparire dalle priorità nazionali e viene addirittura eliminata come voce dall'organigramma ministeriale». Secondo l'Amaci «la specificità dell'arte e dell'architettura contemporanee richiedono un impegno dello Stato nella definizione delle politiche culturali legate alla contemporaneità». Quindi si sollecita il mantenimento della Direzione ricordando che occorrono «adeguati sostegni economici». Seguono alcuni esempi: «Lo Stato francese garantisce al Louvre un budget annuale di 100 milioni di euro con 2.000 dipendenti, al Pompidou 70 milioni e 1.000 dipendenti» mentre da noi «le risorse finanziarie e umane sono esigue». Infine l'allarme sulle nomine: i musei di contemporanea di Rivoli, Torino, Siracusa, Milano, Bolzano, Verona e Trento sono in fase di ricambio nelle direzioni e si chiede che gli amministratori «rispettino criteri di nomina solo di natura tecnico-scientifica». L'associazione Bianchi Bandinelli ha parlato di «cancellazione di un secolo di discussione critica ed estetica sui concetti di arte contemporanea e di avanguardia». Dice Gabriella Belli, presidente dell'Amici: «In Italia non esiste una cultura istituzionale dell'arte contemporanea, considerata un po' un optional, qualcosa di cui non si sente veramente il bisogno. Noi che ce ne occupiamo ci sentiamo un po' orfani, dopo la scomparsa della Direzione Parc. Manca una guida forte che imprima una direzione precisa, indichi sviluppo e strategie per un settore che invece, negli altri Paesi, viene considerato e supportato con la massima attenzione. La differenza tra l'Italia e altre grandi nazioni, in questo campo, è sempre più profonda». L'artista Francesco Vezzoli (che a febbraio presenterà a Roma alla galleria Gagosian la sua ultima creatura, uno spot in forma di videoarte con Michelle Williams e Natalie Portman firmato da Roman Polanski per «Greed», ovvero «Avidità», un profumo inesistente) parla da Miami: «Provo sconforto e malinconia. Sapere che la nostra nazione non abbia a cuore questa disciplina mi amareggia. Un tempo il collezionismo di arte contemporanea, penso ai Panza di Biumo e ai Berlingieri, era un gesto sofisticato. Oggi l'arte contemporanea è un segno dei nostri tempi, al pari del cinema e della letteratura. Come tale va rispettata e supportata». Massimiliano Fuksas, invece, ironizza sulla fine della direzione preposta all'architettura contemporanea, confluita nelle Belle arti: «Non mi ero accorto prima che qualcosa fosse cambiato. Non mi accorgo oggi se viene riproposta una dicitura ministeriale di mezzo secolo fa». Insorge il critico Achille Bonito Oliva: «L'arte contemporanea ha la funzione di offrirci una visione del nostro esistere qui e oggi. In un'epoca tanto problematica i modi di rappresentazione sono complessi, di qui l'importanza dell'università e dei musei che formano il gusto collettivo. Azzerare quella Direzione significa non considerare la peculiarità dell'arte e dell'architettura contemporanee. Un paradosso mentre in Kuwait o a Dubai si miniano le architetture contemporanee e si invitano artisti per nuovi grandi musei dell'oggi». Poi contesta Antonio Paolucci, ex soprintendente fiorentino e attuale direttore dei Musei Vaticani, che ha suggerito di lasciare l'arte contemporanea «al libero confronto tra privati». Obietta Bonito Oliva: «Perché solo l'arte antica e moderna può avere una sponda statale mentre quella contemporanea deve restare un fiume senza argini? Vuoi dire lasciare tutto all'iniziativa del mercato selvaggio...».