Castello è una maledizione storica. Lo è per Firenze, per chi governa, per la classe dirigente fiorentina e il suo entourage. Nel giugno del 1989 - lo rammento per i più giovani - una ormai mitica telefonata di Achille Occhetto blocca lapprovazione dei progetti Fiat e Fondiaria in quel quadrante di città, fa saltare la giunta del sindaco di allora e alimenta la delegittimazione dellultimo gruppo dirigente comunista fiorentino. Persone dalle indubbie qualità intellettuali e morali, che avevano ben chiara la transizione verso una sinistra nuova e a-nostalgica ma ben radicata nella storia profonda della cultura civile fiorentina, e tuttavia immolate sullaltare di una polemica pregiudizialmente ideologica. Una débacle che avrebbe aperto questioni non più risolte di coesione programmatica e di leadership politica. Ciò che Castello ci propone oggi, 20 anni dopo, è uno scenario peggiore: come sempre avviene quando le politiche si infrangono sulle rocce del giudizio morale, sulle «evidenze» delle intercettazioni, sulle inchieste giudiziarie che annichiliscono il discorso politico. Ebbene, se Castello è una sorta di peccato originale che con sinistra puntualità impone conseguenze politiche di tanta gravità una ragione più radicale delle eventuali responsabilità soggettive (... tutte da accertare e solo nelle sedi competenti) dovrà pur esservi. E la si rinviene nel dato banalissimo ma cruciale che i grandi progetti di trasformazione territoriale, specie se investono città e paesaggi urbani di grande delicatezza ma anche ricchi di opportunità di innovazione, hanno bisogno di un grande piano pubblico ove i «perché» delle singole scelte siano chiari e netti. Ben spiegabili, cioè, entro un disegno generale della città e del suo futuro complessivo. E capaci di misurarsi con tutte le alternative da ipotizzare e valutare nella prospettiva di unidea di città che non si limita a cogliere le singole occasioni del presente e poi... si starà a vedere. Ma si impegna nella dura fatica di costruirsela unimmagine plausibile del proprio futuro. E lo fa con calma, pazienza, nel più pubblico dei dibattiti. Poi, cè una classe politica che di fronte alla storia lunga di quella città e di quella comunità, argomentando alternative e criteri di scelta su una scala che tenga in conto linsieme degli assetti e dei cambiamenti urbani, si assume le sue responsabilità e tutti i rischi di dissenso che ne derivano. Il contrario non funziona. Nella complessità dei nostri tempi, nella voglia di ogni cittadino di «guardarci dentro» e nel pluralismo dei poteri e delle informazioni, i club dei demiurghi che cambiano le città a pezzi, falliscono. O non producono decisioni, o alimentano effetti perversi dei quali prima poi qualcuno presenterà il conto (... perché, per lappunto, la critica sociale non ha scadenza). E per questo che la Toscana si è inventata la «pianificazione strutturale», con le sue leggi, le sue regole, i suoi piani pubblici come regolatori preventivi del mercato, la necessità di una concezione integrale del governo del territorio e del paesaggio. E lo ha fatto come antidoto proprio al do ut des dellurbanistica contrattata. Ovviamente non mancano le tricoteuses assetate di ghigliottina che invocano controlli più stringenti, gerarchici, «conformativi». E la stessa sindrome della sicurezza civica: ad ogni nuovo episodio criminoso cè sempre qualcuno che chiede più carcere. Mentre sono gli stessi magistrati ad avvertirci che non è con il diritto penale che si regola e governa la complessità sociale. E tanto meno il territorio. Limportante è che ciascuno faccia appieno la sua parte. E se di piani strutturali stiamo parlando, occorre che essi siano il presupposto e il parametro di ogni idea di cambiamento. Non la conseguenza. Lautore è garante regionale per la comunicazione nel governo del territorio della Toscana
FIRENZE - URBANISTICA: Castello maledizione della sinistra fiorentina
Il testo discute la maledizione storica del Castello, un progetto di trasformazione territoriale a Firenze, che è stato bloccato e ha causato una crisi politica. L'autore sostiene che la responsabilità di questo fallimento è stata attribuita a una classe politica che ha agito in modo ideologico e pregiudiziale, senza considerare le conseguenze delle proprie scelte. Il testo critica la mancanza di un piano pubblico chiaro e di una leadership politica efficace, che avrebbe potuto gestire la situazione e valutare le alternative.
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