Giulio Pane nel suo pregevole articolo ("Un pezzo di città da trattare senza utopie", La Repubblica del 29 novembre) correttamente individua nel governo il principale interlocutore ai fini del recupero del centro storico di Napoli. Ma gli rimprovera di non essere andato al di là dello stanziamento promesso di recente dal ministro Bondi per il restauro di SantAgostino alla Zecca. Dimentica però che, a seguito dellemendamento Ossorio e altri, il governo, con un suo maxiemendamento confluito nella Finanziaria 2007, espresse un giudizio di merito, definendo il centro storico di Napoli, in quanto patrimonio dellumanità, zona franca urbana e distinguendola da tutte le altre zone franche, la cui individuazione veniva rimessa invece al competente ministero. A fronte del riconoscimento della legge, la giunta del Comune di Napoli manifestò invece la propria preferenza per la attribuzione della qualifica di Zfu allarea orientale. Opzione, questa, andata a buon fine, su cui non ci sarebbe stato nulla da eccepire, se in pari tempo la giunta avesse tenuto in piedi il giudizio espresso con legge sul centro storico di Napoli da governo e Parlamento. Non avrebbe cioè dovuto abbandonare lindicazione fattane dalla Finanziaria 2007. Anche per il rispetto che meritava il consiglio comunale. Questo, infatti - in accoglimento dellappello di numerose personalità della cultura, riconosciutesi nel comitato centro storico Unesco - con mozione approvata allunanimità il 7 febbraio 2006 aveva sollecitato il governo a onorare lobbligo di conservazione del centro storico di Napoli, attraendovi le necessarie risorse mediante unappropriata normativa di sgravi fiscali e contributivi per gli interventi di riqualificazione. Ignorando tale mozione e il giudizio di merito formulato dalla Finanziaria 2007, il Comune, senza avere neppure avviato il piano di gestione del centro storico, pure già da tempo finanziato dalla legge n. 77 del 2006, intenderebbe ora rimediare al restauro del centro storico con 220 milioni provenienti dai fondi europei. Stanziamento, tuttavia, che è appena sufficiente a rimettere in sesto qualche chiesa e alcuni complessi. Regione e Comune insistono cioè nella consueta operazione di intermediazione politico-burocratica che, grazie al passaggio dei fondi comunitari dalluno allaltro ente e, da ultimo, alla società partecipata, pretende perpetuare la sudditanza di tecnici, imprenditori e proprietari, senza risolvere il problema. Che riguarda un intero contesto urbanistico e non si esaurisce, come insegnano le carte internazionali sullargomento, nel restauro di questo o quel monumento. Per il recupero dei 700 ettari dichiarati dallUnesco patrimonio mondiale dellumanità è invece indispensabile incentivare e attrarre imponenti investimenti di privati. È uno scandalo che non soltanto i nostri giovani sono costretti a emigrare verso lItalia centro-settentrionale, ma anche una grossa parte dei risparmi depositati in banca dai napoletani, siano dagli istituti di credito veicolati nel Centro-Nord per trovarvi colà utile impiego con la relativa occupazione. A ovviare alla migrazione anche dei capitali, il Comune di Napoli dovrebbe sentirsi perciò impegnato a che tali consistenti risorse siano piuttosto applicate al recupero dellintero contesto urbanistico protetto, con lenorme e immediata occupazione che ne deriverebbe. A tal fine, dando seguito alla sua accennata mozione del consiglio comunale, e traendo spunto dal parere favorevole del ministro dellEconomia allordine del giorno (Di Caterina e altri) approvato dalla Camera il 23 luglio scorso, che auspicava appunto una detassazione per gli interventi di riqualificazione del centro storico di Napoli, la giunta comunale dovrebbe rivendicare dal governo una apposita normativa di sgravi contributivi e fiscali, tra cui una forte detrazione, pari, ad esempio, all80 per cento delle spese impiegate per il recupero edilizio. Normativa cui lo Stato è obbligato, per avere esso chiesto linserimento del centro storico di Napoli nella lista del patrimonio mondiale dellumanità. Senza che - sia detto per inciso - neppure occorra far ricorso alla figura della "zona franca urbana", in quanto lauspicato restauro rientra a pieno titolo fra le iniziative anzi sollecitate agli Stati membri dallarticolo 151 del Trattato Ce per la conservazione del patrimonio culturale europeo. A fronte del riconoscimento concesso dallUnesco nel 1995, il governo italiano si impegnò dunque ad assicurare la conservazione del centro storico, adottando le misure fiscali e amministrative a tal fine occorrenti. Il riconoscimento ottenuto è perciò un titolo giuridicamente fortissimo, in quanto si basa non su un contratto o una leggina, ma su una convenzione internazionale, quella di Parigi del 16 novembre 1972, per la protezione del patrimonio mondiale, debitamente sottoscritta e ratificata dal nostro Paese. Anche un titolo fortissimo però resta un pezzo di carta, se chi vi è legittimato, nella fattispecie il Comune di Napoli, non ne esiga lapplicazione. Lautore è presidente del comitato centro storico Unesco