Da sabato al Palazzo Ducale di Lucca, la vita dellatelier che nel Settecento vide posare i giovani milord di tutta Europa Nella città eterna divenne il pittore dei nobili stranieri di passaggio Li immortalava tra pizzi e tessuti ma Goethe scelse di farsi riprendere in mezzo ai ruderi Quando nel 1727 il giovane Batoni partì da Lucca, la città viveva ormai giorni di declino sonnolento e dolce; i bastioni cingevano un abitato inframmezzato da giardini e una corona di ville sontuose testimoniavano una cultura raffinata e godevano di rinomanza europea. La fama di operosità e delleccellenza artigianale dei lucchesi era altrettanto diffusa e il diciannovenne artista, per inseguire a Roma il sogno di studiare pittura, si lasciava alle spalle la bottega del padre, un orafo famoso, dove aveva iniziato il suo apprendistato. Ma ai primi del Settecento il richiamo della città dei Papi doveva essere irresistibile. Roma allora era la metropoli più moderna dEuropa, circondata da un anello di ville, solcata da lunghe strade rettilinee, disseminata di piazze stupefacenti dove chiese e palazzi vantavano facciate sempre più movimentate, lacqua scrosciava da decine di fontane e le scalinate di ben due porti scendevano armoniosamente verso il Tevere. Inoltre un nuovo interesse per larcheologia faceva intraprendere scavi e restauri ed alimentava un mercato vivace di antichità, copie e disegni. Soprattutto, Roma godeva, grazie al flusso di stranieri che vi transitavano, della fama di essere mondana, internazionale, brillante. Nei palazzi degli ambasciatori e dei cardinali si incontravano, provenienti da tutta Europa, principi, artisti e viaggiatori. A Roma culminava il Grand Tour dei rampolli dellaristocrazia nordica, spediti dalle famiglie ad intraprendere un viaggio iniziatico con il quale acquisire, se non proprio una degna cultura, almeno quella vernice di mondanità e di savoir faire che avrebbe poi permesso loro di far carriera in patria. Giovani «milordi» e artisti «todeschi» gravitavano dalle parti di Piazza di Spagna, nei quartieri moderni, dove si trovavano le locande e gli alberghi più raccomandabili, mentre sui gradini della nuovissima scalinata sotto la Trinità dei Monti stazionavano, in attesa di impiego, modelli e guide turistiche. Negli anni che seguirono, Pompeo Batoni salì metodicamente i gradini della carriera, raggiungendo una grande notorietà come pittore di storia. Ma la carenza di commissioni redditizie, dovuta ad una crisi economica rampante, ed il peso di una famiglia numerosa, lo spinsero ad intraprendere, verso la metà del secolo, quella carriera di ritrattista a cui deve la sua fama. Trentanni dopo il suo arrivo a Roma Batoni era diventato per antonomasia il «pittore dei milordi». I suoi ritratti erano la patente richiesta per provare lavvenuta emancipazione dei nobili rampolli e rappresentavano, una volta riportati a casa, una sorta di certificato di rispettabilità culturale. Immortalati in posizioni retoriche, in abiti grondanti galloni e pizzi, mentre indicano il Colosseo o il Foro, i futuri lord, si stagliano tra colonnati e drappeggi pesantemente incombenti. Una cornice convenzionale degna della loro futura posizione in società. In compenso i loro volti ci appaiono spesso di una desolante vacuità. Probabilmente a molti di loro poco importava la cornice culturale che li circondava; il viaggio a Roma era un modo per ritrovarsi tra pari, lontano dalla sorveglianza della famiglia, in un luogo divertente, esotico e libero, nel quale era possibile fare le più sfrenate e talvolta immorali esperienze. E, tra una visita al Foro e una alle Stanze Vaticane, anche una seduta di posa nellatelier di Batoni era una sorta di rito obbligatorio, forse reso più gradevole dalla presenza della figlia dellartista, nota per la sua leggendaria bellezza. Per accogliere la clientela Batoni occupava uno studio nel quartiere inglese. Lì era riunita tutta lattrezzatura necessaria alle sue ambientazioni. Come un fotografo ottocentesco, aveva allestito una sorta di palcoscenico per i suoi soggetti, e ammassato una quantità di calchi, di vasi e di oggetti per fornire il necessario colore locale. I ritratti, a seconda di quanto era disposto a spendere il cliente, variavano dal busto, alla figura a tre quarti, alla figura intera, con un adeguato supplemento si poteva fare aggiungere il proprio cane. Quando Batoni morì, alletà di quasi ottantanni, la voga del ritratto classico stava tramontando. Quellinverno era a Roma da poche settimane Goethe, esemplare viaggiatore dei tempi nuovi, non un artista in viaggio di formazione né un aristocratico in viaggio di studio, ma un uomo moderno venuto solo per vedere. Anche Goethe, durante il suo soggiorno romano, si fece fare un ritratto ricordo. Ma sarebbe difficile immaginare un risultato più diverso dagli aulici ritratti di Batoni: sdraiato sui sassi tra i ruderi terrosi della Campagna, vestito da viaggio, con lo sguardo intenso perso verso un orizzonte lontano, il poeta incarna già tutti i valori culturali del secolo a venire.