Arciuli: una stranezza avere un ente lirico senza uno spazio adeguato Emanuele Arciuli aveva 19 anni nel 1985. La direzione del teatro Petruzzelli lo chiamò come maestro collaboratore al pianoforte. Che ricordi la legano al teatro Petruzzelli? «Dei ricordi molto diretti. Nel 1985 Gregorio Goffredo, che in quegli anni già lavorava al Petruzzelli come maestro sostituto, era impegnato per una tournée a Bergen. Quindi contattarono me. Ero un ragazzino senza alcuna esperienza in questo campo. Laudizione mi fu fatta dallo storico suggeritore Renato Papagiorgio che aveva fatto Adriana Lecouvreur, lopera per la quale ero stato scritturato, con lo stesso Cilea sul podio. Mi ritrovai a lavorare con persone che avrebbero continuato la loro carriera nel mondo del teatro dopera a grandi livelli: il direttore dorchestra Giovanni Di Stefano, allora maestro del coro del Petruzzelli, Guido Pagliaro, primo direttore artistico dellEnte Lirico e lattuale sovrintendente Giandomenico Vaccari, allora giovanissimo segretario artistico del teatro, per non parlare di cantanti, registi e direttori come Kabaiwanska, Ronconi, Oren». Quanto durò quellesperienza? «Una decina di opere. Fu una fase incredibile: sono stato suggeritore in buca per un Barbiere di Siviglia portato al Rendano di Cosenza, maestro alle luci, ho suonato al pianoforte unintera antigenerale di Aida con lorchestra in sciopero e Daniel Oren che mi dirigeva. Ricordo quegli anni come il mio servizio militare musicale, peraltro utilissimo. Mentre mi assicurava una prima indipendenza economica, mi faceva vivere esperienze artistiche che accrescevano in me un notevole senso di responsabilità». Cosa pensa dei complicatissimi intrecci politici che si sono annodati intorno alla storia della riapertura del teatro? «Posto che per noi il Petruzzelli è un simbolo di arte e cultura, è anche vero che i teatri si aprono e si chiudono in nome di leggi che seguono logiche estranee allemozione e al sentimento. Quanto alla vicenda Petruzzelli in sé, è di una tale complessità da sfuggire alla mia comprensione. Ho tuttavia limpressione che questa complessità sia stata strumentalizzata, e con effetti difficili da calcolare, che rischiamo di scontare a lungo». A cosa si riferisce? «Alla mancata riapertura. Non è una questione di date. Se il teatro non riapre entro linverno, sarà una iattura per tutti. Non molti anni fa si è riusciti a far ottenere a Bari il riconoscimento di ente lirico. Una mancata riapertura del teatro farebbe dellente barese lunico in Italia senza uno spazio adeguato, senza unorchestra stabile, insomma un ente lirico virtuale. La presenza di unistituzione si esercita negli anni. La contemporanea chiusura del Piccinni metterebbe in dubbio la stagione 2009, interromperebbe questa continuità e sarebbe pericolosa e fallimentare per tutti. Al di là di ogni altra considerazione, penso spesso che Bari sia la città delle occasioni perdute, caratterizzata da un contrasto stridente tra la ricchezza di talento degli individui e la desolante mancanza di spazi, strutture e di vera capacità progettuale. Rendiamoci conto che con un auditorium scandalosamente inagibile da quindici anni e il Margherita in stato di rudere, la nostra è una città senza neanche un teatro perfettamente funzionante!». Rivendica, come la Cgil, possibilità occupazionali perdute? «Loccupazione è un effetto importante. Il primo obiettivo di un teatro è però la produzione artistica al più alto livello». A chi spetta la futura gestione del teatro Petruzzelli? "Bari ha una fondazione lirico-sinfonica, ovvero lo status più prestigioso per i teatri che producono lopera».