Domani allArchiginnasio il libro sui lavori del Grande "modernista" Le Torri di via Zago, quelle che guardano alle «cugine» della Fiera disegnate da Kenzo Tange, e la facciata di cemento «brutalista» della biblioteca Bigiavi alla facoltà dEconomia, poi lhotel Carlton e i grandi ospedali di Bologna, a partire dal Malpighi, disegnato tra il 1969 e il 1972. Con queste e molte altre opere, Enzo Zacchiroli è stato tra i protagonisti nel tracciare il volto della città del dopoguerra, quella cartolina che oggi, vista dalla cima dei colli, mostra una skyline in cui mozziconi di torri medievali e facciate ?rosso Bologna si mescolano agli edifici più moderni, ed arditi, forse, per chi rimane legato allaltra cartolina, quella convenzionale della città dei portici. A Enzo Zacchiroli, oggi quasi novantenne, i suoi collaboratori veterani hanno dedicato un libro che ne racconta gli ultimi dieci anni di lavoro. Sintitola «Enzo Zacchiroli. Opere 1998-2008», lhanno curato Giovanni Leoni e Patrizia Virginia Belli (Motta Editore) e viene presentato domani, alle 18, allArchiginnasio. Ne parleranno, insieme agli autori, Gino Malacarne, preside di Architettura a Bologna, Alessandro Marata, presidente dellOrdine degli Architetti, e Anna Maria Matteucci, professore emerito dellUniversità di Bologna. Il volume cade in occasione dei cinquantanni dello Studio Zacchiroli, dove oggi, insieme a Enzo, lavorano i figli Michele ed Elena. Era il 1958 quando Enzo Zacchiroli, fresco laureato in Architettura a Firenze, dovera già assistente di Adalberto Libera, aprì lo studio da libero professionista con una prima commissione che sarebbe poi stata un capitolo basilare dellarchitettura bolognese della ricostruzione: la Johns Hopkins, luniversità americana di via Belmeloro. «Ho sempre avuto il sospetto che gli americani non avessero chiaro che ero un giovane architetto», racconta ancora oggi lui, che allepoca aveva già dato cenni del suo linguaggio moderno nel deposito dellAtc di via Battindarno: centrali elettriche coperte solo di vetri e tecnologie per la prima volta esposte alla vista di tutti. La Johns Hopkins fu finanziata dagli americani coi fondi Marshall e fu lì che Zacchiroli conobbe la sua figura guida, Alvar Aalto: modernista lui, così al Movimento Moderno viene legato il lavoro dellarchitetto bolognese, famoso per i suoi viaggi in Lambretta negli anni dellimmediato dopoguerra, verso quel Nord Europa dove studiare dal vivo il continente in costruzione. «Mi considero un figlio del Movimento Moderno», ha detto di sé Zacchiroli, per unarchitettura «tesa alla ricerca del benessere e della "felicità" del Piccolo Uomo». A Bologna, negli anni ?60 e ?70, il suo modernismo si scontrò con le posizioni conservatrici del collega Pierluigi Cervellati, per dieci anni oppositore del progetto della Bigiavi come, più recentemente, di quello di fronte a Palazzo Bentivoglio, disegnato nel 2001. «Ma Zacchiroli non è stato un architetto solo bolognese», avverte infine Patrizia Belli. Portano la sua firma, infatti, lUniversità della Calabria a Cosenza, o la Banca di Siena, primo edificio costruito ex novo nel centro della città toscana, dopo 400 anni.