MONTERCHI - La vecchia scuola elementare è chiusa. La strada stretta, che porta ad Anghiari tagliando i campi, è deserta. Il convento, di fronte, esibisce la necessità del restauro per evitare un crollo di mattoni. La bottega-trattoria, all' angolo, riposa. Il borgo granducale, nella pioggia di mezzogiorno, è uno spopolato paese di vecchi contadini. Se non ci fosse il manifesto "Museo della Madonna del Parto", verrebbe da tirare diritto almeno fino a Sansepolcro. Una ragazza apre infine il cancello arrugginito. Si scusa per il ritardo, accumulato alle Poste. Si è introdotti così, con grazia semplice, davanti a Piero della Francesca. Un solo affresco. Nessun visitatore, negli ultimi tre giorni, dentro la squallida sede, provvisoria dal 1992. La luce, per non eccedere nello spreco, si accende se qualcuno sosta sotto la pittura. L' autunno accompagna dall' inverno e la sete di cultura, è evidente, si placa. Nel Museo Civico di Sansepolcro, davanti al polittico della Misericordia, discorre solo un crocchio di custodi. Attendono un pullman di giapponesi, ma per il fine settimana. Il duomo, vuoto, è rischiarato da due candele che ardono sotto il Volto Santo dell' ottavo secolo. Sarebbero questi i "giacimenti di petrolio da sfruttare" dell' arte italiana. Fuori stagione, in Toscana, si vaga in solitudine. Tra gli ignorati "pozzi di cultura" non ci si imbatte che in qualche coppia arrossata di pensionati britannici, perduti nelle ricerche di Chianti, salami di cinta senese, pecorini. La colonna si allunga invece scendendo verso Arezzo. Una famiglia di ucraini, sulle rive del Cerfone, vende icone, ambre, matrioske. Sul piazzale, a lato della strada, una moldava e una nigeriana in due ore hanno servito dodici, impazienti clienti. Qui c' è più interesse, indubbiamente. Nella "terra di Piero", rifugiata dentro il cuore storico dell' Italia, la bellezza di pale medievali e madonne del Rinascimento sembra risucchiata dentro una lontananza sempre più estranea. Oggi pomeriggio, se pure orfano dei cremlini russi e del loro ghiaccio bianco, prevale il saldo d' oro dei cristi bizantini, a pronto riparo del peccato. Nasce in questa sorta di periferica confusione, in un abbandono vitale che diventa civile, la crisi che investe quella che viene definita "cultura italiana". I suoi luoghi, in assenza di turisti organizzati, sembrano nudi. Pienza è chiusa per ferie. Palazzo Piccolomini, il Museo vescovile, sono in restauro. Si apre sabato e domenica. Negli altri giorni la mostra è nella "bottega del ghiottone": grappoli di prosciutti, appesi come pipistrelli in una grotta. Montepulciano, San Quirico d' Orcia, sono una sconfinata galleria disertata. I musei riuniti, a Montalcino, chiudono alle 17.40. Quando è buio stacco il primo biglietto e posso camminare da solo, attraverso camere fredde, immense e silenziose, senza un guardiano. È meraviglioso, certo. Ma l' inquietudine nuova che assedia il Paese, deciso a mettere in vendita se stesso per poter rinunciare finalmente a ciò che è, si riflette nella Rocca duecentesca, come in uno specchio. È raro, nell' Occidente europeo, restare bloccati per sedici minuti dalle stanghe abbassate di un passaggio a livello, tra la quiete degli ulivi, in vista di un antico borgo sommitale intatto, circondato da cipressi, preceduti da una vecchia Cinquecento bianca sferragliante. Attorno, le argille grigie smosse come ondate e le opere d' arte più importanti della creatività cristiana. L' Italia, però, ormai termina qui. A Casole d' Elsa il paesaggio è linearmente perfetto. Nel vasto parcheggio vuoto un cartello avverte: «Benvenuti nel centro commerciale naturale che offre attività commerciali e artigianali». La Collezione d' arte sacra è visibile per due ore, dopo pranzo. «La cultura - dice il pittore Rentato Ranaldi nel suo studio fiorentino in riva all' Arno - resta un autismo d' élite. Il problema è che il sistema culturale ha bisogno di milioni di clienti. La crisi che agita ora il Palazzo non riguarda la cultura, ma il commercio. E non ci vuole un manager per capire che l' Italia non può illudersi che il mondo resti appeso al suo passato». Tra la folla diligente di stranieri che scorre a Firenze, a Siena e a Pisa, attenta a non uscire da percorsi e orari rigorosamente segnati, decisa ad assolvere il proprio dovere con una certa dignità, diventa invece chiaro l' allarme lanciato dagli intellettuali toscani. Il senso è questo. Lo Stato ha deciso che la cultura non è più un costoso investimento, ma una rendita finanziaria diretta e immediata. Logicamente è impossibile: a meno che il Paese non vada all' asta. «Per la prima volta - dice lo scrittore Giorgio Van Straten - il bilancio quale valore assoluto irrompe sulla scena delle idee. È l' epilogo di una rivoluzione politica compiuta, che porta dalla qualità alla quantità, dalla civiltà alla pubblicità». Direttori di musei, soprintendenti, rettori, economisti e scienziati, ne parlano da giorni. I viaggiatori interessati alla cultura calano. I giovani entrano in un museo solo se trascinati da un professore. Banche e imprese private, colpite dalle recessioni, rivedono le donazioni. Quando più lo Stato risulterebbe necessario, colpisce la cultura nel nome della crisi e del rigore. «Ciò che impressiona - dice Giorgio Bonsanti, docente di storia e tecnica del restauro - è che la popolazione resta indifferente. Anzi, ci gode». Nei prossimi tre anni i tagli ministeriali toccheranno il primato di 1 miliardo di euro. Musei, teatri, biblioteche, centri di ricerca e scuole non riusciranno a pagare le bollette, né il personale. Il Paese che custodisce il 60 dell' arte antica occidentale, non potrà nemmeno mantenerla. «Chiudiamo - dice Gian Bruno Ravenni, capo del settore cultura della Regione - un' epoca». In Toscana ci sono 615 musei, uno ogni 6 mila abitanti, ineguagliabile record planetario. Firenze ospita tre delle dieci opere più conosciute al mondo, sette delle dieci gallerie più visitate d' Italia, cinque dei trenta musei più frequentati d' Europa. Uno straniero su due viene in Italia per conoscere l' arte toscana. Eppure l' Italia, paese del G8 più ricco di cultura, scivola all' ultimo posto per gli investimenti. Nessun museo è tra i primi venti del mondo per visitatori, nessuna università tra le prime 190 per risorse disponibili. Nella Ue siamo al diciassettesimo posto per finanziamenti nella cultura, al ventottesimo nell' innovazione, al ventiquattresimo nella formazione, al ventinovesimo nella ricerca. Con i tagli allo spettacolo hanno chiuso 428 teatri. È legato alla cultura l' 1,5 del prodotto nazionale, ma gli investimenti non arrivano allo 0,28. È comprensibile che un mondo come quello toscano, che si vede sottrarre 66 milioni di euro e rischia di perdere 433 milioni e altri 1733 posti di lavoro, ponga il problema. Perché una nazione che esprime solo cultura, sceglie di tagliere i fondi e mette sul mercato la sua storia? Perché l' arte, proprietà collettiva, viene affidata ad un manager di McDonald' s, presidente di un Casinò, affinché trovi un sistema privatistico di «valorizzazione seriale»? «Perché - dice Ida Fontana, direttrice della Biblioteca nazionale centrale di Firenze - non abbiamo più peso economico, né politico. Non produciamo più innovazione in alcun campo: la crisi di attenzione per la cultura, la sua declinazione commerciale, sono la metafora di un drammatico declino civile». Possono suonare come richiami astratti, perfino antistorici. Invece basta uscire da piazza della Signoria per riconoscere la concretezza della loro attualità. Il centro commerciale "I Gigli" è tra i più grandi d' Italia. Bellissimo, ma è a cinque chilometri dal campanile di Giotto. In mezzo, una distesa di palazzoni, capannoni, discariche di auto, svincoli, parcheggi. La stazione ferroviaria di Santa Maria Novella è tra i luoghi più sporchi, decrepiti e trascurati del Paese. Lo spazio indistinto tra le periferie di Firenze, Prato, Empoli e Pistoia, è ridotto ad una gigantesca zona industriale padanizzata. Resistono le statue di Michelangelo e i quadri di Botticelli, soffocati nei nuovi book - shop, ma la Toscana è prossima all' estinzione. «Se abbiamo accettato di trasformare la nostra bellezza in un piastrone di cemento - dice lo scrittore Sandro Veronesi - non possiamo pretendere di salvare la nostra cultura. Prima si è svuotato di valore un' identità, poi all' improvviso si comunica che conservare la sua eco sono soldi buttati. Se definiamo "giacimento petrolifero" l' arte, dobbiamo riconoscere l' epilogo della nostra civilità». È la prima volta, in Italia, che chiedere di ragionare sul destino della cultura, al riparo da polemiche personali, innesca negli interlocutori una reazione di sincero timore. «Siamo - premettono - sotto ricatto». Basta una sforbiciata di denaro pubblico, gestito secondo criteri di opportunità partitica, e salta un museo, una mostra, un' orchestra, una carriera, lo stesso posto di lavoro. Colpisce, in una terra tanto ricca, laboriosa, di solida identità e lampante sicurezza in se stessa, l' inedita sensazione di paura, lo smarrimento, la preoccupazione forte di assistere alla dispersione della propria eredità di cultura. «Togliere le risorse - dice il sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino, Francesco Giambrone - costringe a sfruttare. Il messaggio è che la cultura è intrattenimento, un modo accessorio di trascorrere il tempo libero. Ma l' obbiettivo è più sofisticato: prima affittarla all' estero, poi sostituirla». La maggioranza degli intellettuali toscani incontrati, suggerendo riservatezza «per non peggiorare la situazione», concordano. Il "super manager" chiamato dal ministro per i Beni culturali per imitare il modello Louvre-Abu Dhabi, all' indomani dei tagli previsti dalla Finanziaria, è una briciola. La sostanza è che nel format della politica contemporanea il posto della cultura, cioè la fonte delle conoscenze, è già occupato. «Ci sono la televisione commerciale - dice Aldo Schiavone, rettore dell' Istituto superiore di scienze umane - e la pubblicità. Siamo al termine di un lungo e complesso processo di diseducazione: la storia dell' arte come pretesto per il turismo e per le speculazioni immobiliari, il passato culturale come veicolo di credibilità per una classe politica che all' estero ha smarrito il suo prestigio. Non è in gioco la nostra cultura, ma la nostra democrazia». Una popolazione colta, oltre che responsabile, è esigente. Non può essere guidata da un reality. Per questo proprio le centrali della cultura, dall' università ai musei, sono in via di demolizione. «Una classe dirigente mediocre - dice Mario Lolli Ghetti, direttore dei beni culturali della Toscana - sopravvive se riduce il Paese al proprio livello. Presenta la cultura come un prodotto da far rendere, per svuotarla del suo significato. Se anche il David è una griffe, non si coglie più la differenza tra l' arte e il marketing. L' età media, negli istituti di tutela culturale, è di 54 anni. Lo Stato non assume più da anni, impedisce il ricambio tra gli intellettuali che devono fornire la calce per l' unità di un popolo. È ora di chiedersi la ragione più profonda di uno smantellamento». I borghi medievali toscani sono il simbolo di tale "politica culturale". Un meraviglioso passato intatto, aperto sulla base dell' opportunità turistica. Un orrendo presente stravolto, promosso alla velocità degli interessi immobiliari. Anche il marciapiede che conduce all' Accademia, a Firenze, è una lezione. In uno sguardo, che abbraccia la folla soffocata dal traffico, c' è la vergogna del presunto business che cancella anche la traccia estrema della cultura nazionale. «Invece - dice Patrizia Asproni, presidenti di Confcultura e direttrice beni culturali della Giunti - la verità è che per fortuna qualcuno si è accorto che bisogna mettere la cultura a reddito. La casta si oppone perché è vecchia, non vuole rendere conto dei suoi privilegi, perdere il potere del veto passivo. I musei italiani muoiono perché non fanno marketing. Un "Museo Italia" all' estero, sul modello Louvre, o Guggenheim, sarebbe un successo. È come il trailer di un film: fai rendere i depositi e porti gente nelle esposizioni. A Las Vegas, nel ristorante dell' hotel Bellagio, miliardari di tutto il mondo mangiano caviale vicino ai Rembrandt del Museo di Chicago. La cultura vale un sacco di soldi, ma un' élite la tiene in ostaggio per salvare se stessa». Non era mai successo che trascorrere qualche giorno in musei, biblioteche e istituti culturali toscani, significasse essere travolti da una tempesta tanto devastante. Due Paesi, si fronteggiano, due visioni del futuro. Non è un dibattito culturale. È la discussione più avanzata, più decisiva e più pratica, sul nostro destino. «La cultura - dice Jean Clair, già direttore del Musée Picasso di Parigi e della Biennale di Venezia - è un patrimonio spirituale, il testimone della storia di un Paese, memoria della sua democrazia. Se lo si riduce a una merce, nel contesto di una rivoluzione culturale alimentata dal disprezzo, smette di esistere: e si scopre di non avere in realtà più niente da vendere». In Francia è accaduto. Dietro falsi contratti di tutela e concessione dei marchi culturali, i magistrati hanno individuato le tracce di traffici di armi e materie prime. «Se siamo ridotti a discutere di un tariffario d' affitto per le opere d' arte pubbliche - dice Cristina Acidini, sovrintendente dei musei fiorentini - è perché siamo un popolo stanco. Mi fa orrore, come il paragone tra un pozzo di petrolio e la nostra cultura. Il primo inquina, brucia e si consuma. La seconda purifica, salva e va conservata. Mi pare più serio ragionare sulle cause che rischiano di far saltare il sistema culturale italiano, ormai sospeso su un filo». Alla Fattoria di Celle, vicino a Montale, la mattina porta il sole. Giuliano Gori è l' anti Mario Resca. Nel suo parco romantico ha chiamato i più grandi artisti contemporanei. Ingresso libero, settanta opere create per uno spazio preciso, dentro un contesto unico. Intrasferibili. Pochi luoghi, in Italia, sono più belli e più istruttivi. «Se la grande arte italiana viene spostata - dice - perde il suo valore. Se manca la Toscana, non si racconta il Rinascimento in Giappone. Per informare della sua esistenza, basta esportare un' immagine. Non serve l' opera. A meno che, più che alla cultura, non si punti al denaro». È la sostanza del problema che questa regione pone oggi all' Italia. «Senza la cultura - dice Gori - la vita è sopravvivenza. Non si distingue il buono dal cattivo. È qui la nostra crisi: una distinzione sempre più confusa, presentata come superflua, dannosa. Un costo insostenibile. Si abbatte il confine tra cultura ed economia. Lo Stato liquida i "beni culturali", iniziando dal paesaggio, perché la politica italiana ha smarrito la chiave di lettura della contemporaneità. E spera che non sia più la cultura pubblica, ma il profitto privato, a interpretare la convivenza civile». A Santomato si insegna che quando a un contadino cade un uovo, non gli dispiace per il suo valore. È per lo spreco. Sono colti: i bocconiani dei Medici.