Fino al 1993 il visitatore ignaro che si recava in un giorno di pioggia a un museo italiano, doveva tenere con sé per tutta la durata della visita ombrello, cappotto, cappello e quantaltro, in quanto le quadrerie pubbliche erano prive di guardaroba essendo in realtà, secondo la definizione ministeriale, nullaltro che collezioni poste in edifici storici, privi di una qualsiasi cultura dellaccoglienza che prevedesse la fruizione da parte di un pubblico allargato. Da questa banale costatazione sono nate le prime riflessioni e interviste sul tema della gestione dei beni culturali nel nostro Paese, fatte insieme a soprintendenti quali, tra gli altri,Andrea Emiliani e Nicola Spinosa (che ancora nel 1992 non riusciva a riaprire il museo di Capodimonte per le lungaggini dei fondi Fio), apparse sul Domenicale tra gli anni 8o e 90. In seguito le molte pagine dedicate ai grandi temi delle politiche culturali, il governo dei musei, la tutela e la valorizzazione deibeni artistici e ambientali, il restauro, il rapporto pubblico privato, leducazione del pubblico, hanno teso a mettere unpo di ordine in un panorama complesso e spesso caotico seppure di vitale importanza per il Paese, dibattendo temi e scelte di fondo. Indispensabile è stata in questi anni, lappassionata collaborazione di figure professionali diversissime tra loro e susseguitesi negli anni quali Salvatore Settis, Antonio Paolucci, Bruno Zanardi, Vittorio Emiliani, Pietro Petraroia, Luigi Bobbio e molti altri. Lintuizione del potenziale trascurato dei beni culturali in Italia, inteso anche come valore economico, nasce nei primi anni 90 con il ministero di Alberto Ronchey, giornalista e outsider, con una ricerca fortunata della Fondazione Agnelli a cura di due economisti, Walter Santagata e Giorgio Brosio, sullo stato dellarte del patrimonio nazionale, e lavvio della stagione dei grandi restauri quali il Cenacolo di Leonardo sponsorizzato dallOlivetti. La ormai celebre legge Ronchey del 1993 ha aperto il museo ai servizi aggiuntivi: la biglietteria, il bookshop e la caffetteria, gestiti da un consorzio di aziende private, portando così inediti criteri di gestione aziendale allinterno di una roccaforte della conservazione. Lattivismo di alcuni ministri negli anni 90 dal "tecnico" Antonio Paolucci, al politico Walter Veltroni, al suo successore Giovanna Melandri viene accompagnato da un periodo di fortuna mediatica per i beni culturali, favorendola risistemazione di importanti collezioni soprattutto a Roma, tra le quali il museo archeologico di Palazzo Massimo, Villa Borghese e la nascita del nuovo museo di arte contemporanea progettata da Zaha Hadid ancora da inaugurare. Tuttavia a eccezione dei quattro grandi poli museali di Firenze, Roma, Napoli e Venezia, i musei non hanno raggiunto una effettiva autonomia gestionale e le speranze di alcuni che pensavano che la valorizzazione potesse essere scissa dalla conservazione o che lindubbio valore economico del patrimonio storico artistico potesse essere facilmente messo a frutto sono andate poco a poco scemando. Non solo, ma una vera politica di tutela e valorizzazione di quel "museo diffuso" che nelle parole di Paolucci costituisce lItalia intera, una difesa che fosse al tempo stesso un progetto di paesaggio integrato, è ancora aldilà da venire. Le fondazioni di partecipazione pubblico privato hanno avuto il loro momento, ma in sostanza non sembrano aver risolto realmente i due principali problemi dei musei: laffluenza di pubblico oggi di nuovo in calo in tutto il Paese (a Napoli, in epoca post spazzatura, del 40 per cento) e le fonti di finanziamento privato che latitano. Al Sud di Roma, infatti, il Paese riscontra una grave assenza di fondazioni bancarie in grado di sopperire alla mancanza di risorse dello Stato, e di saldare quello stretto rapporto tra cultura e territorio che rimane una caratteristica tipicamente italiana. Le pagine di cronaca hanno registrato eventi drammatici quali lattacco della malavita, allAccademia de Georgofili, accanto alla Galleria degli Uffizi, del 27 maggio del 1993, la bomba al Pac nel luglio dello stesso anno, oltre al terremoto in Umbria il 26 settembre 1997. Questultimo ha permesso di affrontare, il tema del restauro, privilegiando la visione e la competenza di un tecnico e storico dellarte come Bruno Zanardi che attraverso un esame ravvicinato e scientifico degli affreschi nella Chiesa di San Francesco di Assisi ha potuto scoprire modalità di lavoro quasi industriali del cantiere medievale giottesco. È sempre attraverso la competenza tecnica di Zanardi che si arriva a capire il perché della lunga quanto appassionante vicenda dei Cenacolo leonardesco, il cui restauro comincia addirittura nel 1977, tramutato in seguito su consiglio di Giovanni Urbani in ricerca scientifica e ambientale per conoscere e rimuovere le ragioni del degrado del capolavoro leonardesco prima ancora di affrontare il restauro vero e proprio, terminato dalla Pinin Brambilla soltanto nel 1999. Oggi finita la stagione dei grandi restauri, spenti i fari della ribalta, sullintero settore del patrimonio storico artistico pende un angosciante punto interrogativo. Quale futuro lo attende? Uscire dalla ribalta delle eccessive aspettative di magnifiche sorti e progressive potrebbe anche essere un bene. Tuttavia lintero comparto non potrà esimersi da un radicale ripensamento. Nellottica di un decentrarilento posto come obiettivo dallattuale governo ci si può soltanto augurare un accordo condiviso tra Stato e Regioni, la costruzione di un riavvicinamento tra conservazione e progettazione, e la continuazione di quel dibattito tra figure professionali diverse in una società pluriculturale in piena evoluzione.
I musei si fermano a Roma
Il testo discute la gestione dei beni culturali in Italia, in particolare nei musei. Fino al 1993, i visitatori dovevano portare con sé oggetti di abbigliamento per proteggersi dalla pioggia, poiché le quadrerie pubbliche non avevano guardaroba. Questa situazione ha portato a riflessioni e interviste sul tema della gestione dei beni culturali. Nel corso degli anni, sono state aperte nuove aree nei musei, come la biglietteria, il bookshop e la caffetteria, gestite da aziende private. Tuttavia, i musei non hanno raggiunto una effettiva autonomia gestionale e le speranze di valorizzazione del patrimonio storico artistico sono andate poco a poco scemando.
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Bene culturale
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