Nel pur condivisibile intervento del dott. Ledo Prato, «Un patto pubblico-privato per la gestione dei beni culturali», apparso nell'edizione del 28 febbraio, sembrerebbe che il travaso legislativo tra Stato e Regione siciliana sia univoco e non reciproco, sull'assunto di una capacità legislativa innovativa dell'uno, a fronte di un adeguarsi «dopo parecchi anni» dell'altra. In generale ritengo, invece, che il rapporto tra Stato, Regioni ed Enti locali sia stato di natura dialettica, anche prima della riforma del titolo V della Costituzione che li pone su un piano di pari dignità, e in specie desidero ricordare come la «nuova stagione "pattizia" con Regioni, Province, Comuni», cui nell'ultimo decennio sono stati vieppiù aggregati i privati e che il dott. Prato auspica anche per la nostra regione, abbia profonde radici sostanziali e giuridiche siciliane. Cito il Museo Ibleo di Ragusa e quello di Adrano che ho amministrato nel recente passato e che dalla loro costituzione come antiquaria ministeriali negli anni Cinquanta e Sessanta, grazie al concorso di pionieri dalle menti illuminate, quali i sindaci del tempo e archeologi come Luigi Bernabò Brea, Antonino Di Vita e Paola Pelagatti, sono allocati senza oneri in sedi offerte dai Comuni, quando ciò ancora integrava reato di distrazione dalle finalità istituzionali. Avremmo dovuto attendere l'art. 2 della Lr. n. 17 del 15 maggio 1991, per legittimare che le sedi dei musei regionali possano essere fornite dai Comuni interessati; mentre la prima norma che attribuisce agli enti territoriali competenze in materia di beni culturali e ambientali, analoghe a quelle delle amministrazioni centrali, è contenuta nell'art. 13 della Lr n. 9 del 6 marzo 1986, istitutiva delle province regionali siciliane. Così come la prima istituzione museale, in specie archeologica, non in monopolio della amministrazione centrale, è il Museo archeologico di Catania, istituito dall'art. 14 della Lr n. 6 del 3 maggio 2001, che lo prevede in compartecipazione fra Regione siciliana ed «ente locale competente», che per il disposto precedente è individuato nella Provincia Regionale. Prendendo spunto dalla proposta da quest'ultima avanzata di articolare un Centro culturale nel complesso dell'ex Collegio dei Gesuiti di Catania e annessa chiesa di S. Francesco Boreia in cui allocare Biblioteca regionale universitaria, Museo archeologico e altre attività, il governo regionale, con deliberazione del 23 dicembre scorso, ha istituito l'Ufficio speciale per il Polo museale della Provincia di Catania, con il compito di progettare un modello d'aggregazione museale, comprensivo di tre musei regionali non ancora attivati, anche attraverso la costituzione di una o più fondazioni fra i diversi soggetti pubblici e privati titolari di musei o collezioni, cui affidare i servizi aggiuntivi culturali e di ospitalità. Formula diversa e innovativa rispetto a quella statale delle Soprintendenze speciali per i poli museali: l'Ufficio speciale non è, infatti, preposto alla gestione di consolidati complessi espositivi di grande importanza, ma alla promozione di nuove realtà, circuiti e percorsi in ambiti territoriali, in cui motivazioni storiche hanno determinato un grave deficit museale e, quindi, culturale. Come appunto nella provincia catanese che, dopo essere stata destinataria nel 1745 della prima norma di tutela naturalistica per i boschi del Carpinete e per il castagno «dei cento cavalli», dopo aver sperimentato nel 1748 la prima concessione di scavo archeologico a privati, al principe di Biscari (istituto del tutto estraneo all'attuale prassi ministeriale), dopo aver avuto nel 1758 il primo museo privato per il pubblico, del principe di Biscari, e dopo esser stata sede dal 1778 del primo Custode statale alle Antichità, il principe di Biscari, con competenza su Val di Demone e Val di Noto, si ritrova a non poter fruire delle prestigiosissime collezioni di carattere internazionale già del Monastero dei Benedettini, né di quelle di quel primo museo, né delle tante private donate alla città di Catania che, seconda a nessuna nell'isola, non ha un museo regionale, a fronte dei tanti pur dovutamente, motivatamente e meritoriamente attivi in Comuni siciliani di non pari rilevanza. Anche per tal verso, la Sicilia conferma attenzione culturale per i territori meno attrezzati e coerente inventiva normativa di forte segno democratico, altrove forse meno radicate.