Gli appassionati darte sono riservate, da qui a Natale, le seguenti opzioni: mettersi in coda fuori da Palazzo Marino per ammirare la «Conversione di Saulo» del Caravaggio, prima che torni nel salotto della famiglia Odescalchi che ne è proprietaria; recarsi al Pac a vedere o a rivedere la mostra sul Nouveau Rea!isme, provando anche a immaginare quanto sarebbe stata bene lopera cinetica di Jean Tinguely allesterno del Pac; andare alla Rotonda della Besana e in giro per la città a vedere le megasculture dellartista messicano Javier Marìn che ci racconta le simbologie della cultura pre-ispanica. O ancora, a Palazzo Reale, per immergersi nelle visioni di Magritte, qualora beninteso si fosse persa la mostra di due anni fa a Villa Olmo a Como. E a proposito di grandi personali storiche, dimenticavo quella dedicata dalla Triennale allalchimista umbro Alberto Burri. Non vi è dubbio che, a livello didattico, unesaustiva antologica possa risultare istruttiva, forse più di una mostra collettiva come tante se ne vedono negli spazi espositivi e che solo poche volte aggiungono un tassello alla cultura artistica. Non vi è neppure dubbio che vedere il pubblico in coda anche soltanto per ammirare un quadro faccia piacere a tutti e sia un sintomo di vivacità culturale. È altrettanto indubbio che quella delle cosiddette «mostre-evento» sia una tendenza sempre più diffusa quanto pericolosa nelle città italiane, e Milano non fa eccezione. È una tendenza lanciata negli anni70 dai nuovi assessorati alla Cultura per allargare la base sociale del pubblico e per ottenere consenso politico a fronte di bilanci positivi in termini di sbigliettamenti. La politica del «mostrificio» ha però dimostrato pesanti controindicazioni, in primis quella di non generare alcuna relazione con la città e con il territorio, creando addirittura una competizione cannibalistica con le istituzioni museali locali, che ne vengono depotenziate e in molti casi, paralizzate. Chi è abituato a frequentare città europee di grande vivacità culturale, ad esempio Berlino o Londra, percepisce una diffusione di risorse sul territorio - tra centri culturali, spazi no profit, associazionismo ecc. - che raramente si fonda su mostre spettacolo ma, tuttal più, appoggia i musei e mette in risalto la ricerca contemporanea. Il convegno che si apre oggi alla Fondazione Cariplo dedicato al «Fundraising da fonti filantropiche» pone laccento su una questione cruciale. Un buongoverno culturale non può fondare capacità e risorse unicamente su eventi che «fanno cassa», e bene lo dimostrano istituzioni museali internazíonalí che offrono al pubblico accesso gratuito perché riescono, con capacità manageriali, a convogliare nella cultura fondi privati. Unapolitica, questa, che libera economia per il territorio e per mostre di minor botteghino ma di maggior impatto culturale.