L'intervento sulla facciata del palazzo settecentesco sul Canal Grande a Venezia durerà un anno e rivela già alcune curiosità Colonne di pietra trasformate in gesso dall'inquinamento, statue danneggiate, rattoppi precedenti, piante Canal Grande, Ca' Rezzonico, sede del museo del 700 veneziano: lavori in corso. Per la prima volta nella centenaria, affascinante storia del palazzo, si restaura la facciata. Si è appena conclusa la fase di studio e di analisi; si aspetta a giorni, per il via, il benestare della Sovrintendenza che segue costantemente lo svolgersi dei lavori. L'impalcatura (firmata Replay, imprescindibile mecenate dell'iniziativa), come una corazza, la ricopre dalla testa ai piedi: dalla parte basamentale col bugnato che sostiene l'edificio forte, imperioso, barocco, passando per i due piani nobili con le colonne a tutto tondo binate agli estremi, fino ad arrivare allo spazio stretto tra il secondo piano nobile e la copertura, finemente decorato con rientranze di forma ellittica. E poi le statue, le erme, i rilievi, in perfetta sintonia con la struttura architettonica. Quando il palazzo era ancora visibile dal canal Grande, prima dell'apertura del cantiere, la percezione dell'insieme era ovviamente grandiosa, accanto ai palazzi Giustiniani e Foscari, a far bello uno skyline unico al mondo, monumentale costruzione seicentesca (come la definisce il Lorenzetti nella sua guida) con un chiaroscuro ammirato da turisti e veneziani, che non si pongono troppe domande su quei toni scuri, forse troppo scuri e su quei bianchi, forse troppo bianchi.L'impalcatura a più piani, botole e scale a pioli che permettono di salire; lo sguardo si posa sui particolari e si apre un mondo inaspettato. È come osservare la pelle di qualcuno con la lente del dermatologo in mano, ne scopri le irregolarità, i pori, la peluria altrimenti invisibile, le piccole lesioni magari ancora aperte , le vecchie cicatrici, le macchie. Le magagne ma anche la bellezza di certi particolari, che la visione d'insieme non ti può regalare. La mano è sulla coscia ben tornita di uno dei 18 putti che sovrastano le finestre dei due piani nobili; vicino a un ginocchio, due aree chiare contrassegnate da numeri, come due cerotti bianchi che risaltano nel tono scuro e opaco del resto della superficie: «Sono i tasselli di pulitura, prove di lavoro per capire come procedere al meglio», la voce guida è quella di Mario Cherido, amministratore delegato della Lares, ditta veneziana che curerà tutto il restauro, per conto del comune di Venezia. Lo stato di conservazione sembra buono, la pietra risulta compatta, i putti sono lì a sovrastare le finestre, stringendo in mano i più svariati elementi simbolici: un sole, una falce, una fiamma, una pelle di leone, una spada, un arco o un corno per la caccia. A dire il vero mancano alcune delle dita dei piedi, ma questo non è un gran problema per gli addetti ai lavori («potrebbe essere che già nella posa si siano rotte»). I problemi, semmai sono altri. «Vede questa colonna? E' ancora compatta, per fortuna, ma basta sfiorare con le dita la superficie per accorgersi che qualcosa non va». Le dita effettivamente restano bianche, bianche come gesso: «Esattamente. Il carbonato di calcio della pietra d'Istria si trasforma nel friabile e impalpabile gesso, attaccabile e poroso. La causa? L'anidride solforosa: in atmosfera si trasforma in anidride solforica, la quale, a contatto con l'acqua diventa acido solforico che a sua volta trasforma il carbonato di calcio della pietra d'Istria in fragile gesso. Un processo che non ha fine e che spiega della necessità di pianificare con regolarità gli interventi di manutenzione». E pensare che a prima vista il bianco sfavillante sembra assolutamente perfetto e invece è segno di malattia. E poi c'è il nero, colore dominante, soprattutto al piano terra e al primo piano nobile. In certi punti è un nero spesso, ricorda quasi la corteccia di un albero, una crosta come di sangue rappreso. Da dove arriva? È come ascoltare la seconda puntata della storia del gesso. Continua Cherido: «Il carbonato di calcio diventa dunque solfato di calcio (ovvero gesso, n.d.r.) e così aumenta la porosità della pietra e di conseguenza anche la sua capacità di attirare la polvere del carbonio presente in atmosfera per molti motivi, dal cattivo funzionamento dei motori alle tante attività industriali. I microtraumi della pietra aumentano, inevitabilmente». Infine, le patologie più evidenti ai profani, che parlano anche dell'esigenza, col restauro, di mettere in sicurezza la facciata. Mancano dei pezzi di cornicioni, ci sono - visibili - molte cicatrici tamponate alla bell'e meglio con del cemento (segni di un unico breve intervento degli anni '70) e tracce di un attacco vegetale in piena regola. Le piante possono essere assai pericolose perché con le radici si infiltrano nelle venature e possono causare la caduta di frammenti. Secondo piano nobile: la fase di studio, le indagini chimico-fisiche per valutare lo stato di degrado, si fanno a questo livello molto interessanti. Perché diventano tutt'uno con la storia del palazzo (già di per sé un romanzo) e la trama della ricerca, essenziale per procedere in un restauro che vuole essere conservativo (togliere solo ciò che è dannoso e conservare le tracce del passaggio del tempo, «non abbellimento, ma messa in sicurezza») porta addirittura a quelle cave in Istria da dove venne prelevata la pietra necessaria alla costruzione. A Orsera, a due passi dal canale di Lemme. «Guardi qui mostra Cherido - il materiale utilizzato a questo livello è decisamente più scadente di quello dei due piani inferiori. D'altra parte questo ultimo piano è stato costruito dal Massari nel 1700, quando le cave di qualità più alta erano ormai esaurite, quasi cent'anni dopo l'opera del Longhena, il quale nel 1600 ebbe a disposizione, per i due piani inferiori, materiale decisamente migliore, più compatto. Qui la pietra risulta quindi più degradabile, maggiormente ricca di fessurazioni e di incursioni argillose che rappresentano un forte fattore di rischio: l'argilla crea discontinuità ed è facile che l'acqua si infiltri». E sarà di tutti questi dati che bisognerà tener conto, una volta che i pennelli, i bisturi, le spugnature, si metteranno al lavoro sulla facciata: la cura minuziosa, paziente durerà circa un anno, dopodiché il sipario Replay calerà e la facciata verrà riconsegnata al Canal Grande e al consueto ammirato sguardo d'insieme, con intatti i segni della sua storia, ma finalmente messa in sicurezza.