Ospita 3 opere su 10 tra le più famose al mondo. Ma non basta La scelta di tradurre larte in marketing, laffitto dei beni culturali, il taglio ai fondi. Così lo Stato penalizza la terra che ospita 3 delle 10 opere più famose del mondo. Che ora, oltre al patrimonio, rischia lidentità. Pienza è chiusa per ferie. Palazzo Piccolomini, il Museo vescovile, sono in restauro . Lo Stato ha deciso che la cultura è una rendita finanziaria diretta e immediata Pienza è chiusa per ferie. Palazzo Piccolomini, il Museo vescovile, sono in restauro. Si apre sabato e domenica. Negli altri giorni la mostra è nella "bottega del ghiottone": grappoli di prosciutti, appesi come pipistrelli in una grotta. Montepulciano, San Quirico dOrcia, sono una sconfinata galleria disertata. I musei riuniti, a Montalcino, chiudono alle 17.40. Quando è buio stacco il primo biglietto e posso camminare da solo, attraverso camere fredde, immense e silenziose, senza un guardiano. È meraviglioso, certo. Ma linquietudine nuova che assedia il Paese, deciso a mettere in vendita se stesso per poter rinunciare finalmente a ciò che è, si riflette nella Rocca duecentesca, come in uno specchio. È raro, nellOccidente europeo, restare bloccati per sedici minuti dalle stanghe abbassate di un passaggio a livello, tra la quiete degli ulivi, in vista di un antico borgo sommitale intatto, circondato da cipressi, preceduti da una vecchia Cinquecento bianca sferragliante. Attorno, le argille grigie smosse come ondate e le opere darte più importanti della creatività cristiana. LItalia, però, ormai termina qui. A Casole dElsa il paesaggio è linearmente perfetto. Nel vasto parcheggio vuoto un cartello avverte: «Benvenuti nel centro commerciale naturale che offre attività commerciali e artigianali». La Collezione darte sacra è visibile per due ore, dopo pranzo. «La cultura - dice il pittore Rentato Ranaldi nel suo studio fiorentino in riva allArno - resta un autismo délite. Il problema è che il sistema culturale ha bisogno di milioni di clienti. La crisi che agita ora il Palazzo non riguarda la cultura, ma il commercio. E non ci vuole un manager per capire che lItalia non può illudersi che il mondo resti appeso al suo passato». Tra la folla diligente di stranieri che scorre a Firenze, a Siena e a Pisa, attenta a non uscire da percorsi e orari rigorosamente segnati, decisa ad assolvere il proprio dovere con una certa dignità, diventa invece chiaro lallarme lanciato dagli intellettuali toscani. Il senso è questo. Lo Stato ha deciso che la cultura non è più un costoso investimento, ma una rendita finanziaria diretta e immediata. Logicamente è impossibile: a meno che il Paese non vada allasta. «Per la prima volta - dice lo scrittore Giorgio Van Straten - il bilancio quale valore assoluto irrompe sulla scena delle idee. È lepilogo di una rivoluzione politica compiuta, che porta dalla qualità alla quantità, dalla civiltà alla pubblicità». Direttori di musei, soprintendenti, rettori, economisti e scienziati, ne parlano da giorni. I viaggiatori interessati alla cultura calano. I giovani entrano in un museo solo se trascinati da un professore. Banche e imprese private, colpite dalle recessioni, rivedono le donazioni. Quando più lo Stato risulterebbe necessario, colpisce la cultura nel nome della crisi e del rigore. «Ciò che impressiona - dice Giorgio Bonsanti, docente di storia e tecnica del restauro - è che la popolazione resta indifferente. Anzi, ci gode». Nei prossimi tre anni i tagli ministeriali toccheranno il primato di 1 miliardo di euro. Musei, teatri, biblioteche, centri di ricerca e scuole non riusciranno a pagare le bollette, né il personale. Il Paese che custodisce il 60 dellarte antica occidentale, non potrà nemmeno mantenerla. «Chiudiamo - dice Gian Bruno Ravenni, capo del settore cultura della Regione - unepoca». In Toscana ci sono 615 musei, uno ogni 6 mila abitanti, ineguagliabile record planetario. Firenze ospita tre delle dieci opere più conosciute al mondo, sette delle dieci gallerie più visitate dItalia, cinque dei trenta musei più frequentati dEuropa. Uno straniero su due viene in Italia per conoscere larte toscana. Eppure lItalia, paese del G8 più ricco di cultura, scivola allultimo posto per gli investimenti. Nessun museo è tra i primi venti del mondo per visitatori, nessuna università tra le prime 190 per risorse disponibili. Nella Ue siamo al diciassettesimo posto per finanziamenti nella cultura, al ventottesimo nellinnovazione, al ventiquattresimo nella formazione, al ventinovesimo nella ricerca. Con i tagli allo spettacolo hanno chiuso 428 teatri. È legato alla cultura l1,5 del prodotto nazionale, ma gli investimenti non arrivano allo 0,28. È comprensibile che un mondo come quello toscano, che si vede sottrarre 66 milioni di euro e rischia di perdere 433 milioni e altri 1733 posti di lavoro, ponga il problema. Perché una nazione che esprime solo cultura, sceglie di tagliere i fondi e mette sul mercato la sua storia? Perché larte, proprietà collettiva, viene affidata ad un manager di McDonalds, presidente di un Casinò, affinché trovi un sistema privatistico di «valorizzazione seriale»? «Perché - dice Ida Fontana, direttrice della Biblioteca nazionale centrale di Firenze - non abbiamo più peso economico, né politico. Non produciamo più innovazione in alcun campo: la crisi di attenzione per la cultura, la sua declinazione commerciale, sono la metafora di un drammatico declino civile». Possono suonare come richiami astratti, perfino antistorici. Invece basta uscire da piazza della Signoria per riconoscere la concretezza della loro attualità. Il centro commerciale "I Gigli" è tra i più grandi dItalia. Bellissimo, ma è a cinque chilometri dal campanile di Giotto. In mezzo, una distesa di palazzoni, capannoni, discariche di auto, svincoli, parcheggi. La stazione ferroviaria di Santa Maria Novella è tra i luoghi più sporchi, decrepiti e trascurati del Paese. Lo spazio indistinto tra le periferie di Firenze, Prato, Empoli e Pistoia, è ridotto ad una gigantesca zona industriale padanizzata. Resistono le statue di Michelangelo e i quadri di Botticelli, soffocati nei nuovi book-shop, ma la Toscana è prossima allestinzione. «Se abbiamo accettato di trasformare la nostra bellezza in un piastrone di cemento - dice lo scrittore Sandro Veronesi - non possiamo pretendere di salvare la nostra cultura. Prima si è svuotato di valore unidentità, poi allimprovviso si comunica che conservare la sua eco sono soldi buttati. Se definiamo "giacimento petrolifero" larte, dobbiamo riconoscere lepilogo della nostra civilità». È la prima volta, in Italia, che chiedere di ragionare sul destino della cultura, al riparo da polemiche personali, innesca negli interlocutori una reazione di sincero timore. «Siamo - premettono - sotto ricatto». Basta una sforbiciata di denaro pubblico, gestito secondo criteri di opportunità partitica, e salta un museo, una mostra, unorchestra, una carriera, lo stesso posto di lavoro. Colpisce, in una terra tanto ricca, laboriosa, di solida identità e lampante sicurezza in se stessa, linedita sensazione di paura, lo smarrimento, la preoccupazione forte di assistere alla dispersione della propria eredità di cultura. «Togliere le risorse - dice il sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino, Francesco Giambrone - costringe a sfruttare. Il messaggio è che la cultura è intrattenimento, un modo accessorio di trascorrere il tempo libero. Ma lobbiettivo è più sofisticato: prima affittarla allestero, poi sostituirla». La maggioranza degli intellettuali toscani incontrati, suggerendo riservatezza «per non peggiorare la situazione», concordano. Il "super manager" chiamato dal ministro per i Beni culturali per imitare il modello Louvre-Abu Dhabi, allindomani dei tagli previsti dalla Finanziaria, è una briciola. La sostanza è che nel format della politica contemporanea il posto della cultura, cioè la fonte delle conoscenze, è già occupato. «Ci sono la televisione commerciale - dice Aldo Schiavone, rettore dellIstituto superiore di scienze umane - e la pubblicità. Siamo al termine di un lungo e complesso processo di diseducazione: la storia dellarte come pretesto per il turismo e per le speculazioni immobiliari, il passato culturale come veicolo di credibilità per una classe politica che allestero ha smarrito il suo prestigio. Non è in gioco la nostra cultura, ma la nostra democrazia». Una popolazione colta, oltre che responsabile, è esigente. Non può essere guidata da un reality. Per questo proprio le centrali della cultura, dalluniversità ai musei, sono in via di demolizione. «Una classe dirigente mediocre - dice Mario Lolli Ghetti, direttore dei beni culturali della Toscana - sopravvive se riduce il Paese al proprio livello. Presenta la cultura come un prodotto da far rendere, per svuotarla del suo significato. Se anche il David è una griffe, non si coglie più la differenza tra larte e il marketing. Letà media, negli istituti di tutela culturale, è di 54 anni. Lo Stato non assume più da anni, impedisce il ricambio tra gli intellettuali che devono fornire la calce per lunità di un popolo. È ora di chiedersi la ragione più profonda di uno smantellamento». I borghi medievali toscani sono il simbolo di tale "politica culturale". Un meraviglioso passato intatto, aperto sulla base dellopportunità turistica. Un orrendo presente stravolto, promosso alla velocità degli interessi immobiliari. Anche il marciapiede che conduce allAccademia, a Firenze, è una lezione. In uno sguardo, che abbraccia la folla soffocata dal traffico, cè la vergogna del presunto business che cancella anche la traccia estrema della cultura nazionale. «Invece - dice Patrizia Asproni, presidenti di Confcultura e direttrice beni culturali della Giunti - la verità è che per fortuna qualcuno si è accorto che bisogna mettere la cultura a reddito. La casta si oppone perché è vecchia, non vuole rendere conto dei suoi privilegi, perdere il potere del veto passivo. I musei italiani muoiono perché non fanno marketing. Un "Museo Italia" allestero, sul modello Louvre, o Guggenheim, sarebbe un successo. È come il trailer di un film: fai rendere i depositi e porti gente nelle esposizioni. A Las Vegas, nel ristorante dellhotel Bellagio, miliardari di tutto il mondo mangiano caviale vicino ai Rembrandt del Museo di Chicago. La cultura vale un sacco di soldi, ma unélite la tiene in ostaggio per salvare se stessa». Non era mai successo che trascorrere qualche giorno in musei, biblioteche e istituti culturali toscani, significasse essere travolti da una tempesta tanto devastante. Due Paesi, si fronteggiano, due visioni del futuro. Non è un dibattito culturale. È la discussione più avanzata, più decisiva e più pratica, sul nostro destino. «La cultura - dice Jean Clair, già direttore del Musée Picasso di Parigi e della Biennale di Venezia - è un patrimonio spirituale, il testimone della storia di un Paese, memoria della sua democrazia. Se lo si riduce a una merce, nel contesto di una rivoluzione culturale alimentata dal disprezzo, smette di esistere: e si scopre di non avere in realtà più niente da vendere». In Francia è accaduto. Dietro falsi contratti di tutela e concessione dei marchi culturali, i magistrati hanno individuato le tracce di traffici di armi e materie prime. «Se siamo ridotti a discutere di un tariffario daffitto per le opere darte pubbliche - dice Cristina Acidini, sovrintendente dei musei fiorentini - è perché siamo un popolo stanco. Mi fa orrore, come il paragone tra un pozzo di petrolio e la nostra cultura. Il primo inquina, brucia e si consuma. La seconda purifica, salva e va conservata. Mi pare più serio ragionare sulle cause che rischiano di far saltare il sistema culturale italiano, ormai sospeso su un filo». Alla Fattoria di Celle, vicino a Montale, la mattina porta il sole. Giuliano Gori è lanti Mario Resca. Nel suo parco romantico ha chiamato i più grandi artisti contemporanei. Ingresso libero, settanta opere create per uno spazio preciso, dentro un contesto unico. Intrasferibili. Pochi luoghi, in Italia, sono più belli e più istruttivi. «Se la grande arte italiana viene spostata - dice - perde il suo valore. Se manca la Toscana, non si racconta il Rinascimento in Giappone. Per informare della sua esistenza, basta esportare unimmagine. Non serve lopera. A meno che, più che alla cultura, non si punti al denaro». È la sostanza del problema che questa regione pone oggi allItalia. «Senza la cultura - dice Gori - la vita è sopravvivenza. Non si distingue il buono dal cattivo. È qui la nostra crisi: una distinzione sempre più confusa, presentata come superflua, dannosa. Un costo insostenibile. Si abbatte il confine tra cultura ed economia. Lo Stato liquida i "beni culturali", iniziando dal paesaggio, perché la politica italiana ha smarrito la chiave di lettura della contemporaneità. E spera che non sia più la cultura pubblica, ma il profitto privato, a interpretare la convivenza civile». A Santomato si insegna che quando a un contadino cade un uovo, non gli dispiace per il suo valore. È per lo spreco. Sono colti: i bocconiani dei Medici.