«Biondo era e bello e di gentile aspetto» (Dante, «Purgatorio», canto III) Chi provasse a contare i lastroni rotti o quelli sostituiti da rattoppi di asfalto, nella parte pedonale di piazza Castello, ne scoprirebbe decine e decine LA CITTÀ OLIMPICA HA PERSO LA BATTAGLIA DELLA BELLEZZA Altrettanto accadrebbe se, superato larco di Palazzo Chiablese, si cominciasse a controllare la piccola piazzetta dovè allestita la sagrestia provvisoria del duomo. Ancora più dissestato invece, nonostante la recente installazione di scomodissime poltroncine dacciaio nere che un cartello esplicativo definisce in grado di garantire collegamenti wi-fi per pc portatili e, nel contempo, una testimonianza della vocazione torinese per il design, appare il lastricato di piazza Bodoni: dove oltre alle pietre frantumate, ai rattoppi di asfalto al posto del porfido, ecco anche le griglie sfondate delle canalette di scolo dellacqua. Quanto a piazzale Valdo Fusi, nella prosecuzione di via San Francesco da Paola che corre lungo la Camera di Commercio, neppure uno dei dissuasori ricoperti di alluminio sul lato della spianata del parcheggio è rimasto in piedi: tutti, da almeno un anno, sono stati sostituiti con i "panettoni" di cemento provvisori come leternità. Attorno allo Stadio Olimpico e al PalaIsozaki, ma anche al PalaVela rifatto, ai basamenti della passerella sospesa tra il Lingotto e gli ex Mercati Generali e sui marciapiedi del Villaggio Olimpico, ciuffi derba e piccole piante selvatiche cominciano a segnare i punti dove il cemento o le pavimentazioni hanno già ceduto. Per non parlare della vista che si offre a chi, arrivando a Torino o lasciandola in treno, provi a gettare lo sguardo verso lOval, la spianata dellex Fiat Avio e le frettolose staccionate di lamiera blu tirate su in vista della Torino "a cinque cerchi". E sui muri vicini ai siti olimpici oppure qui e là, negli angoli più nascosti, ecco gli stinti cartelli indicatori in compensato della "viabilità olimpica" e i totem di ferro arrugginiti dellarredo dimenticato del 2006. Infine, non si salvano neppure piazza Carignano, piazza Carlo Alberto, il tratto di via Accademia sul quale si are lingresso del Museo Egizio e la parte di via Montebello chiusa al traffico per accogliere le code dei visitatori del Museo del Cinema. Ed è così un po dappertutto, nella grande mappa della città che fu rifatta per i giochi invernali del 2006: come in una pelle di leopardo, le "macchie" di un rapido degrado cominciano a mangiarsi la "magnificenza" di quei giorni felici. Cancellata la città che per decenni aveva fatto arrabbiare i vecchi torinesi (quella del boom economico e di ogni attimo e luogo subordinati agli interessi della produzione), era spuntata allora come da una favola inaspettata una Torino ben tenuta, rimessa a nuovo e con una forte identità del proprio passato di capitale dItalia. Una città che aveva fatto il giro del mondo davanti alle telecamere dei network televisivi internazionali. Cera, in quella breve stagione fortunata, anche unaltra sfida nascosta da vincere. Laveva indicata con precisione, proprio in unintervista a questo giornale, il sindaco Chiamparino: la battaglia perché la manutenzione della città, un tema da decenni poco frequentato dalle amministrazioni comunali, diventasse sul serio una questione soltanto "ordinaria". Così non è stato: la macchina comunale, gli assessori interessati, i tecnici e gli operai non hanno saputo seguire il loro sindaco. Ciò che era stato appena rifatto e restaurato è già malandato: colpa forse della troppa fretta, di materiali probabilmente scadenti, ma anche di unincuria cronica e dellincapacità di programmare e assicurare un controllo continuo di tutto ciò che a Torino è arredo e luogo pubblico. Come se anche tutto questo, assieme e forse prima di ogni altra risorsa o iniziativa, non costituisse un aspetto fondamentale della "cultura" cittadina. Come se conservare bene non significasse consolidare definitivamente la riconquista di una "bella città". Ma la sfida, probabilmente, è già persa e senza speranza. E presto le rubriche delle lettere dei quotidiani, vero e proprio "sacrario" del brontolio torinese, torneranno a riempirsi di segnalazioni desolate firmate con lantica e anonima dizione: «Un vecchio torinese».