Professore universitario per 44 anni, restaurò la Torre di Pisa È certamente un caso che proprio in questi giorni di gran parlare sul centro storico di Napoli e Unesco, si sia svolta una giornata di studi su Roberto Di Stefano, scomparso nel giugno 2005. Ma è un caso coerente perché una cospicua parte dellattività del professore emerito della Federico II è stata spesa tra studi e progetti per il centro storico della città e in iniziative culturali nellambito degli organismi internazionali di tutela e conservazione. Lo hanno ricordato la figlia Sandra Di Stefano, che ha organizzato lincontro nella sede dellOrdine dei Giornalisti, Guido DAngelo, Corrado Beguinot, Almerico Realfonso, Franco Mancusi, Benedetto Gravagnuolo, Francesco La Regina. Lo hanno testimoniato con note e scritti il gruppo di suoi allievi divenuti autorevoli accademici e dei colleghi della disciplina del restauro che ancora oggi insegnano nelle università italiane. Tratto comune a tutti gli interventi, la singolare capacità di Roberto Di Stefano di interpretare in modo coordinato e sempre efficace i ruoli di ricercatore, di docente, di organizzatore culturale, di professionista. Momenti importanti della sua biografia sono linsegnamento universitario per 44 anni, i restauri monumentali (la Torre di Pisa tra questi come ingegnere-capo), la direzione della Scuola di Restauro, la fondazione duna prestigiosa rivista, la presidenza di organismi culturali internazionali (Icomos). Fin qui, il resoconto fedele dun evento che, ancora in coerenza con il carattere fattivamente risoluto del personaggio, poco ha concesso alla commemorazione e molto alla riflessione più generale sui temi che per oltre mezzo secolo hanno interessato Di Stefano. Forse lomaggio migliore che in questo momento gli si possa fare è proprio quello di ragionare sul centro storico di Napoli, alla vigilia duna stagione di restauri molto importanti, con la logica delle sinergie culturali, professionali e istituzionali che hanno caratterizzato la sua attività. Ciò che rendeva singolare Di Stefano nel panorama accademico e culturale di quel periodo, infatti, era la sua capacità di governare in pari misura qualitativa il dato scientifico-disciplinare (validato dalla condizione di allievo di Roberto Pane), la didattica, liniziativa culturale (con la Scuola, la rivista e lIcomos, Napoli diviene centro internazionalmente riconosciuto e frequentato), il professionista. A questultima caratteristica non riservo una parentesi ma la considerazione finale. Roberto Di Stefano ha vissuto un periodo nel quale la pratica professionale è stata quasi demonizzata, in nome duna posizione, tutta falsamente ideologica, che tendeva a privilegiare lastinenza dal fare per evitare compromissioni politicamente imbarazzanti. Con determinazione, egli ha rifiutato questa logica manichea e se oggi possiamo parlare di Di Stefano come colui che ha dato (e fatto) molto in un ambito nobile e sofisticato come quello della tutela e conservazione dei beni culturali, lo dobbiamo anche e soprattutto alla circostanza che è stato un ottimo professionista e come tale ha portato in quellambito - sovente tendente alla teorizzazione fine a se stessa - una salutare ventata di operatività.