Efficienza e distruzione dei beni culturali, modernità e conservazione della memoria storica, alta velocità e siti archeologici. Con questi ossimori l'Italia deve fare i conti in tema di ammodernamento viario. Opere pubbliche che spesso hanno causato, nel passato, tagli di territorio senza tener conto delle testimonianze archeologiche e architettoniche stratificate nel sottosuolo. Per conciliare le due esigenze, ossia creare strutture di collegamento moderne senza svellere le tracce del passato, si costituì nel 2004 una società per azioni, la Arcus, «Società per lo sviluppo dell'arte, della cultura, dello spettacolo», alla quale veniva conferito il 3 per cento degli stanziamenti previsti per le infrastrutture. Il bilancio dal 2004 a oggi è stato reso noto nel convegno organizzato nella ex chiesa di Santa Marta, a Roma, alla presenza del ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi, di Salvatore Italia della Arcus spa, di Francesca Ghedini dell'università di Padova, di Antonia Pasqua Recchia del Mibac e di Stefano De Caro, direttore generale per l'archeologia del Mibac. Oltre a incrementare nuovi scavi, la Arcus realizza collegamenti con la rete stradale, ferroviaria, portuale. L'intuizione di creare una sinergia tra infrastrutture e archeologia fu dell'ex ministro Pietro Lunardi. «Ricordo che nella tratta dell'alta velocità Milano-Torino ci dovevamo porre in continuazione il problema se fermarci a causa dei ritrovamenti archeologici, oppure se far finta di niente e distruggere ciò che trovavamo. E bloccare quei lavori significava perdere in un mese trecento miliardi di vecchie lire». Si cominciarono a immaginare progetti di recupero d'arte collegati ai lavori delle infrastrutture, nel tentativo di realizzare quella «archeologia preventiva» che avrebbe consentito di non perdere il passato senza rinunciare al futuro. Trentuno sono finora i progetti finanziati e portati a termine in tutta Italia. Dall'area archeologica di Luni, in Liguria, al recupero dell'area archeologica di Fratte, in provincia di Salerno, valorizzando una piccola ma godibile area archeologica e restituendo ai cittadini una zona periferica degradata, fino alle metropolitane di Roma e Napoli, divenute in alcuni casi vere e proprie «stazioni dell'archeologia». Senza contare che la costruzione dell'alta velocità nella tratta Roma-Napoli ha portato alla luce più di cento siti archeologici. Ma, ha sottolineato Stefano De Caro, l'archeologia ha un difetto: «Tra la scoperta e l'elaborazione dei dati non deve passare molto tempo, altrimenti il lavoro si vanifica. Vent'anni fa, uno scavo si risolveva in venti cassette di materiali. Oggi la Tav ha prodotto venti containers pieni di cocci le cui risultanze sono custodite negli archivi e non sono stati ancora pubblicati. La ricerca scientifica è andata avanti, ma la struttura organizzativa è rimasta all'epoca della penna d'oca. A che cosa possono servirci, allora, quei dati elaborati dagli scavi della Tav, se non possono essere pubblicati elettronicamente ed essere conosciuti a mano a mano che si sviluppano? Bisogna strutturare in modo nuovo l'amministrazione pubblica, andare al passo con la velocità d'esecuzione delle opere pubbliche, avviare un progresso di conoscenza». «È un nostro limite - ha detto Bondi - non saper valorizzare il nostro patrimonio storico e archeologico. Per quest'anno voglio indirizzare le risorse destinate a Arcus per la valorizzazione e l'ammodernamento dei musei e delle aree archeologiche, nell'obiettivo di assegnare un ruolo fondamentale ai beni culturali per lo sviluppo economico e turistico». E appunto allo scopo di reperire fondi, il 4 dicembre prossimo sarà firmato un protocollo d'intesa tra ministero e fondazioni bancarie per un progetto che riguardi la valorizzazione dei beni culturali in Italia.