Marco Ciatti è il direttore del recupero della Madonna del Cardellino «La nostra città soffre della vicinanza con Firenze ma ha molte bellezze artistiche Peccato il museo civico sia ancora chiuso» PRATO. Per otto anni ha lavorato giorno dopo giorno alla ricostruzione del capolavoro di Raffaello la "Madonna del cardellino". E ora che la tavola è stata esposta a Palazzo Medici-Riccardi, il pratese Marco Ciatti, direttore del restauro dell'opera di Raffaello, può finalmente godersi tutta la bellezza del dipinto cinquecentesco che ha visto cambiare, per otto lunghi anni, minuto per minuto. Una scelta, quella di studiare Storia dell'Arte, della quale Marco Ciatti non si è pentito. Anche se, dice, trent'anni fa a Prato la sua non fu una decisione comune. Come mai per tanto tempo si è sentito un pratese atipico? «Perché quando ero giovane il distretto tessile andava bene e mio padre lavorava in quel settore. Il fatto che avessi scelto di studiare storia dell'arte a molti sembrava strano. Ma fortunatamente non sono stato ostacolato nella mia scelta. La mia famiglia era molto amica di Giuseppe Marchini, uno degli storici dell'arte più importanti in Italia. E' stato lui a dire ai miei genitori che se mi piaceva l'arte, avrebbero dovuto farmi seguire quella strada». E così è stato, fino a dirigere il restauro di uno dei dipinti più importanti di Raffaello, la "Madonna del cardellino"... «Sì infatti. Un restauro che ci ha tenuti impegnati otto anni, due dei quali passati a studiare millimetro per millimetro il dipinto». Un'opera, quella di Raffaello, che era andata in pezzi nel 1547 e che era già stata ricostruita. Che linea avete seguito per il restauro? «Quella che secondo noi era la più corretta. La tavola era compromessa da danni molto seri. E il rischio che correvamo era quello di cambiare l'immagine che i conoscitori avevano di questo capolavoro. E infatti abbiamo preferito restituire il quadro così come lo conoscevano tutti, senza concentrarci troppo sulla ricerca filologica del dipinto». Prima di incominciare questo restauro avete avuto qualche timore? «Tutto il lavoro è stato pieno di timori e di preoccupazioni. Innanzitutto perché volevamo mantenere l'equilibrio cromatico degli antichi restauri della tavola. E questo è un passaggio davvero molto difficile». Ci siete riusciti? «Sì, per fortuna. Anche perché sotto gli interventi che si sono susseguiti dalla metà del '500 ad oggi il colore utilizzato da Raffaello era rimasto quasi intatto. E questo ci ha permesso di restituire il dipinto alla sua originalità: che non è quella dei colori sgargianti di un quadro appena realizzato, ma quella di un'opera del 1500 ben conservata». Lei ha diretto per otto anni il laboratorio di restauro. Si è emozionato quando ha visto la "Madonna del cardellino" esposta a Palazzo Medici Riccardi? «No, perché per tutti questi anni ho seguito il restauro del dipinto e i lavori passo dopo passo, mentre Patrizia Riitano eseguiva il restauro, con gli occhi incollati al microscopio. Ripeto, i miei sentimenti per tutti questi anni sono stati soprattutto la paura e la preoccupazione, che si mitigavano via via che il lavoro procedeva. Quando abbiamo esposto l'opera, è stata una grandissima soddisfazione». Gianna Nannini ha deciso di realizzare un video con protagonista il dipinto. E la videoartista che lo girerà ha detto che l'opera di Raffello è rock. La pensa così anche lei? «Se la "Madonna del cardellino" è rock non lo so, anche perché non sono un cultore di musica moderna. Ma credo però che ogni forma d'arte esprima il tempo in cui viene creata. E il rock oggi è senz'altro una forma d'arte che racconta la bellezza. Gianna Nannini ha visto il quadro in anteprima, e se n'è innamorata all'istante. Ci aveva chiesto di poter vedere l'opera restaurata. E mi ricordo che rimase più di un'ora di fronte al dipinto, completamente assorta». A rendere omaggio all'opera restaurata è venuto anche il ministro Bondi. Si fa abbastanza in Italia per tutelare e conservare i nostri beni culturali? «Al di là di questi eventi che ricevono anche i finanziamenti degli sponsor, bisognerebbe investire di più sulle persone che fanno questo lavoro. L'Opificio delle pietre dure rischia di morire. Tra dieci anni molti di noi saranno in pensione, e non c'è ricambio generazionale». Consiglierebbe ai giovani di diventare restauratori o di studiare storia dell'arte? «Solo se hanno passione e voglia perché questi settori pagano poco». Da pratese, che ne pensa del patrimonio culturale della nostra città? «Che purtroppo paga lo scotto di essere troppo vicina a Firenze, perché Prato potrebbe essere una meta turistica ambita proprio per le sue tante bellezze artistiche. E' vero, il Museo civico ancora chiuso è il buco nero della città. Ma l'assessore Mazzoni, che mi ha chiesto anche delle consulenze, ci sta mettendo il cuore per riaprirlo».