Con i toponimi del vulcano, dei Nebrodi e dei Peloritani geografi e protagonisti delle vette sono entrati nella storia Per la prima volta il sindaco di Nicolosi e le autorità tutte hanno intitolato un cratere formatosi a 2900 metri di quota non ad un principe o ad un santo bensì ad un uomo di montagna - Vincenzino Barbagallo - una guida che per mezzo secolo ha accompagnato e accolto turisti e studiosi. LEtna conferma così una delle definizioni che le vennero date nellantichità: montagna generatrice di montagne. Ma al di là della specificità del più vigoroso vulcano europeo - capace di richiedere continuamente nuovi toponimi ai suoi frequentatori perché incessante è lattività modificatrice del territorio - è interessante ripercorrere le vicende della toponomastica dei luoghi selvatici della nostra Sicilia. La materia è oggetto di approfonditi studi universitari, perché ragionare di denominazioni affibbiate a monti e contrade non è solo il gustoso passatempo di chi ama questa terra; ma consente di acquisire notizie storiche e conoscenze linguistiche che proprio nei nomi geografici restano stratificate. Un po come effettuare uno scavo archeologico anziché nel terreno di un sito considerato interessante, nelle vicende stesse di un popolo e della sua parlata. Prendendo spunto dal recente battesimo del nuovo monte etneo è interessante provare a compiere un pur limitato viaggio attraverso la rappresentazione topografica delle montagne siciliane, muovendo dalla lettura di alcune fra le prime "tavolette" scala 125000 realizzate dallIstituto Geografico Militare di Firenze (IGM) nel periodo immediatamente successivo allUnità dItalia. Si tratta delle mappe volute dallo Stato sabaudo per suggellare lavvenuta unificazione, consegnando ai militari aggiornate mappe. Limitando la nostra ricognizione alle tre "tavolette" di Randazzo, Linguglossa e Randazzo scopriamo subito che in realtà il territorio descritto non è soltanto etneo, ma che la mappatura si estende sino ai Nebrodi e ai Peloritani. Di queste ricognizioni Michele Amari scrisse una nota critica: «Lo Stato Maggiore del nostro esercito ha compiuta nel 1867 una nuova carta della Sicilia che ha riscosso lapprovazione degli uomini competenti in Europa, ma è difettosa nella nomenclatura (?) sovente, in vece del nome e del luogo vi è messo quello del proprietario attuale, e non di rado il nome vecchio o nuovo, passato dalla bocca di contadini ad orecchi non avvezzi al parlare siciliano, si è alterato in guisa di non potersi raccapezzare». Ma a questo punto occorre fare lo sforzo di immaginare le condizioni in cui vennero realizzate le prime mappe topografiche attendibili della nostra Isola. Iniziamo dagli autori delle mappe del nostro campione: sono quattro ingegneri Cantalupi, Merli, Bosco e Baraschi e due capitani: S. Giorgio e Gola. Dai cognomi li immaginiamo non siciliani. Dal 1866 al 1868 questi professionisti battono i territori loro assegnati. Le conoscenze tecniche si sono molto evolute rispetto ai secoli precedenti, le mappe sono basate sulle curve di livello e non riportano più le approssimative altimetrie dette a nido di talpa utilizzate ancora nel Settecento. I militari effettuano con cura le triangolazioni e le misurazioni delle quote sul livello del mare e nel frattempo rilevano la toponomastica. «Per riuscire nellimpresa - spiega lingegner Giambattista Condorelli, appassionato cultore della materia - sono costretti a chiedere agli abitanti, a registrare le loro dichiarazioni ed a trascriverle, a volte interpretando la lingua in maniera incerta». Gli ufficiali dellIGM spesso sono toscani, piemontesi e naturalmente non capiscono il siciliano. Si sforzano di trascrivere correttamente - spesso italianizzandoli - i toponimi che man mano vengono loro riferiti. Vicino Cesarò sui Nebrodi viene così registrata una delle tante denominazioni di cui sono protagoniste - in negativo - le donne: contrada Malamogliera per definire una zona agricola, mentre più in alto nel cuore dei Nebrodi cè il passo Femmina morta, e non è il solo in Sicilia ad avere questa denominazione che si ripete anche sui Peloritani e sugli Iblei. Vicino Randazzo viene registrata una di quelle denominazioni che stuzzicano la curiosità degli storici: contrada Sconfitta. Perché un simile toponimo? Probabilmente lappellativo di quel sito conserva ancora la memoria di un evento accaduto oltre 800 anni prima: la sanguinosa battaglia combattuta fra arabi e bizantini tra Randazzo appunto e Troina nel 1040. Protagonista dello scontro fu il generale bizantino Giorgio Maniace che guidava una spedizione con cui limpero orientale tentava di strappare ai musulmani la Sicilia per riportarla alla cristianità. Limpresa non ebbe successo e la contrada restò per sempre il luogo della Sconfitta. Sulla tavoletta di Bronte si trova invece traccia di una casa Paolo Fiorito, collocandola nei pressi di Adrano. Probabilmente si tratta di una di quelle notizie fornite agli ufficiali dagli agrimensori, i tecnici incaricati di riportare e certificare su carta lestensione delle proprietà agricole. È curioso rilevare che sulla base di un processo di progressiva storpiatura della denominazione, nelle edizioni successive della mappa le case verranno indicate come da riferire ad un improbabile "Prato fiorito". In realtà tutto il processo della toponomastica è basato sulla volubilità delle denominazioni e sulla incertezza dei processi interpretativi. Uno dei maggiori specialisti siciliani, Salvatore Trovato dellUniversità di Catania, scriveva a tal proposito che su questa materia anche i più scaltriti specialisti «debbono, non raramente, accontentarsi di proporre solo buone ipotesi». Nelle carte dellItalia post-unitaria le denominazioni raccolte sulle tavolette sono in genere elementari. Vicino Motta Camastra (Messina) nel 1865 i capitani Gola, Marinetti e Stecchini danno conto della Montagna Grande (più alta cima dei Peloritani, quotata correttamente 1375 metri), un monte Vutturi (forse legato agli avvoltoi allora presenti in Sicilia), un monte S. Giovanni, un monte Tre Monti e un monte Mazzacoglione che meriterebbe forse qualche ulteriore ricerca in loco. In una regione dove certo non mancavano i briganti abbondano le contrade Malpasso e Malpassetto. SullEtna in molti casi le colate vengono evidenziate per segnalarne la difficile percorribilità e denominate semplicemente "lave antiche" quando non sono di recente formazione. Fra Randazzo e Linguaglossa cè un tenero M. Dolce, mentre lassù in alto sopra il Piano della Provenzana viene segnalato un Monte Tanaurpi, tutto così scritto di seguito, ovvero il luogo dove cè la tana della volpe. Sul versante di Linguaglossa vengono alla luce i Crateri Umberto e Margherita, in onore dei sovrani dItalia. Nella zona di Adrano il romitaggio in mezzo alle lave del futuro santo, Nicola Politi - fuggito dal tetto coniugale prima di consumare il matrimonio - porterà naturalmente alla denominazione di Grotta del Santo ed al relativo pellegrinaggio tuttora praticato verso quella zona. Mentre però la chiara fama locale del Santo Nicola Politi lo farà diventare, non solo "titolare" di un toponimo, ma anche patrono di due paesi siciliani (Adrano appunto in provincia di Catania e Alcara Li Fusi in provincia di Messina); i santi importati riscuotono invece minore successo nella toponomastica. È il caso del beato Escrivà de Balaguer, fondatore dellOpus Dei, cui ufficialmente è stato intitolato tempo fa un altro conetto vulcanico, ma in concorrenza con monti Barbagallo e S. Maria, Montagnola e Nespole, Tanaurpi e Salifizio fatica ancora ad entrare nelluso comune delle genti etnee.
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Giuseppe Riggio
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