Un testo caotico, pieno di punti oscuri e forse di trappole. La Regione: «Qui abbiamo censito tutto, difesa più facile» LIVORNO. C'è stato perfino bisogno della rettifica, perché quando il 24 febbraio il «codice Urbani» che regola le questioni relative ai beni culturali e paesaggistici - compresi i vincoli o non vincoli per le vendite -è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, è stato indicato con il numero sbagliato. Il decreto legislativo, datato 22 gennaio 2004, è il n. 42, ma chi ha battuto il testo al computer per la pubblicazione nel supplemento ordinario della «bibbia delle leggi italiane» Io ha erroneamente indicato con il n. 41. La conclusione è stata un'errata corrige (sul numero di due giorni fa della «GU») per un decreto in vigore, fresco di firma da parte del presidente Ciam-pi, dopo una nascita burrascosa. Un decreto che, secondo molti, non mette affatto ordine nella giungla della tutela dei beni culturali. Da una parte c'è chi afferma, come il deputato pisano della Margherita Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente, che il decreto ha molte pecche e presenta anche uria grossa falla per quanto riguarda, al di là del consenso o meno per la vendita, il diritto di prelazione degli enti locali. «Il decreto afferma tutto e il contrario di tutto - sostiene Realacci, che ha presentato nei giorni scorsi un'interrogazione per quanto riguarda la vendita dell'ex hotel dell'Inps di San Giuliano Torme (vedi box nella pagina, ndr) - ed evidenzia un conflitto aperto tra i ministri Urbani e Tremonti». Dall'altra parte le Regioni, come conferma anche l'assessore toscano Mar iella Zoppi, considerano il Codice «un onorevole compromesso per cominciare una cooperazione con il ministero» per quanto riguarda la tutela dei beni. In ogni caso, la Toscana si sente tranquilla. E soprattutto si sente all'avanguardia rispetto alle altre regioni in quanto ha cominciato due anni fa un lavoro di inventario dei beni demaniali, che non sono vincolati, per cui nel momento in cui scatta una cartolarizzazione da parte dello Stato, si è in grado di accertare in tempo reale - e questo lo fanno le Soprintendenze che hanno 60 giorni di tempo - se quel determinato "oggetto" ha pregi tali da dover sottostare a particolari vincoli. «I due mesi - dice Zoppi - sono un tempo entro il quale è quasi impossibile riuscire a compiere l'iter richiesto. Ma in Toscana, proprio per il fatto che la situazione è stata già "fotografata", il percorso è molto semplificato rispetto ad altre realtà». Nel pacchetto della Patrimonio Spa, la società voluta dal ministro Tremonti per le cartolarizzazioni, la maggioranza dei beni iscritti è del tipo non vincolato. Ed è su questi beni che le Regioni, e quindi gli enti locali, hanno chiesto che fosse previsto nel «codice» il diritto di prelazione. E' l'assessore regionale Zoppi a fare un esempio concreto: «Prendiamo un bene dello Stato come ad esempio un carcere o un palazzo ottocentesco che non sono vincolati, ma essendo di proprietà del demanio sono protetti. Quando questo bene viene messo in vendita, la protezione dello Stato va a decadere». Entrano allora in scena le Soprintendenze che nei 60 giorni previsti devono o meno proporre il vincolo. Le stesse Soprintendenze invieranno poi al ministero dei Beni culturali una relazione e sarà il ministro a firmare il decreto che farà scattare il diritto di prelazione da parte degli enti locali in presenza di beni di particolare pregio storico o artistico da utilizzare a fini istituzionali, cioè pubblici. «E codice Urbani - spiega Zoppi - deve essere in parte recepito dalle amministrazioni regionali che per la prima volta si trovano ad essere compartecipi per quanto riguarda la tutela del patrimonio». Inizialmente le Regioni erano divise se accettare o meno di trattare con il ministero su questo tema, ma poi è prevalsa l'idea di una confronto su alcuni punti, arrivando appunto a quell' «onorevole compromesso» evidenziato anche in seno di Conferenza delle Regioni.
Beni culturali, è iniziata la battaglia - il codice Urbani è legge, ma la Toscana non teme svendite
Il codice Urbani, che regola la tutela dei beni culturali e paesaggistici, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale con un errore di numerazione. Il decreto legislativo, datato 22 gennaio 2004, è stato indicato con il numero sbagliato, il n. 41, anziché il n. 42. La conclusione è stata un'errata corrige per un decreto in vigore, firmato dal presidente Ciam-pi. Il codice Urbani è stato criticato per le sue "pecche" e per il conflitto tra i ministri Urbani e Tremonti. Le Regioni, come la Toscana, hanno considerato il codice un onorevole compromesso per iniziare una cooperazione con il ministero per la tutela del patrimonio.
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