Dae 'orvos non bi naschet columbas» (Dai corvi non nascono colombe). Un vecchio pastore di Orgosolo, mille rughe sulla fronte e un lumino in mano, qualche giorno dopo la morte di don Graziano Muntoni, il parroco di Orgosolo ucciso con una fucilata al petto la vigilia di Natale di dieci anni fa, ebbe la forza di pronunciare solo queste parole. Non c'è sindaco ogliastrino o barbaricino (ma anche una folta rappresentanza di amministratori galluresi o cagliaritani, ecco la novità degli ultimi dieci anni) che nella sua vita politica non abbiano sperimentato la sequenza di un botto sordo e poi un diluvio di schegge di vetri che s'infilano dappertutto: 238 attentati dinamitardi compiuti contro strutture pubbliche, sindaci e assessori negli ultimi anni. Nel 2006, il presidente della Corte di Appello di Cagliari osserva: «Questa è una terra afflitta dagli attentati ai pubblici amministratori». A noi pare che gli 85 consiglieri regionali abbiano interiorizzato con altri mezzi, magari camuffandolo con i sorrisi della poh'tica, una pratica che non è mai stata esclusivo dominio barbaricino. Le dimissioni di Renato Soni sembrano lontane anni luce da quei luoghi. Eppure, chi ha frequentato quel grumo di cemento armato - la sede del Consiglio regionale -che si affaccia sulronf water di Cagliari, ricorda i rituali tribali che si celebravano prima dell'avvento del patron di Tiscali. Flash back. 25 novembre di nove anni fa. Il cronista inviato a Cagliari scrive: «La contrapposizione tra i due Poli ha prodotto il caos. Cinque mesi di trattative estenuanti che solo ieri hanno portato all'investitura di un presidente al secondo tentativo: l'udierrino Mariolino Floris. Chiunque abbia provato prima di lui (Mauro Pili due volte, lo stesso Floris, già ex presidente di Giunta De e una volta Selis) ha fallito. Il trappolone? Gli assessorati». Non andò meglio negli anni che seguirono: Federico Palomba, presidente per cinque anni con sette crisi. E poi Mariolino Floris, Mauro Pili, Italo Masala, sfiduciati a ripetizione dalla loro maggioranza. In questa rissosa e anarchica variante della democrazia rappresentativa, arriva la meteora Renato Soru. Parole d'ordine, un po' smozzicate e claudicanti, per la verità: identità, ambiente, urbanistica. Paolo Maninchedda, professore di filologia romanza, ex accanito fan di Soru e ora inarrestabile critico come succede agli innamorati traditi, sostiene che siano tre parole di plastica confezionale pei colpire l'immaginario della sciura milanese o torinese che si regala dici giorni di esotismo a Golfo Aranci; Cattiverie. Certo è curioso che il Bill Gates di Sanluri, l'inventore di Tiscali, ancora oggi si appassioni di più a quantificare i sacchi di malta necessari a tirare su una palazzina di tre piani che all'algoritmo di un software. È un fatto generazionale, dopotutto. Soru ama la concretezza dell'hardware e non l'immaterialità misteriosa del software, anche intuitivamente si rende conto che da qualche parte si srotolano algoritmi che prima l'hanno fato ricco e poi l'hanno spinto nelle braccia della politica. Lui col piano paesaggistico è salpato, al piano paesaggistico è approdato. «Questione di coerenza» ripete. Chi ha lavorato con lui le riconosce l'incredibile capacità di lavoro e l'idiosincrasia per gli argomenti che non ama. «Si concentra solo sulle cose che gli piacciono». Di nuovo: ambiente, identità, urbanistica. Meglio ancora se imbalsamati in quel grande museo da 80 milioni, il Bétile - prende nome da un oggetto sacro della civiltà nuragica -che si dovrebbe costruire a Cagliari, per la matita di Zana Ha-did nell'ambito delle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia. D'accordo sul contenitore, ma il contenuto? «Dalla civiltà nuragica all'arte contemporanea», ha scandito il presidente. Tutto e niente. Perché ai tempi del software - che significa idee, creatività, orizzontalità, audacia, ibridazione, valore aggiunto - prevale sempre l'ossessione per la cazzuola o la sua negazione. Mille volte meglio del grembiulino e del compasso massonici, le divinità dei politici isolani della vecchia generazione. Inevitabile, però, che da un bocconiano che cavalca la modernità ci si aspettasse una reattività diversa, una leggerezza e una rapidità calviniani (nel senso di Italo), un sorriso che Soru reprime dentro di sé come se la felicità, l'ottimismo e l'amore fossero peccati mortali. Barack Obama è un uomo che vibra. Eppure non possiede 2 miliardi di patrimonio e non governa una delle isole incantate del pianeta. Miracoli delle temperature polari di Chicago? O merito di chi non ha mai dimenticato quel vecchio proverbio arabo che recita: «Chi prende i colpi ha un'esperienza diversa da chi li conta». E allora proviamo a contarli i colpi di questi ultimi anni: nascita e implosione del Pd, dell'industrializzazione selvaggia, Tiscali si squaglia e le voci di una vendita imminente non smettono di rincorrersi, record di denatalità (la Sardegna è la prima regione italiana ), dispersione dalla scuola dell'obbligo da Paese del terzo mondo, frantumazione localistica (la provincia dell'Ogliastra è la più piccola d'Italia), evaporazione dell'opposizione e incattivimento degli 85 consiglieri regionali, la nomenclatura sarda che al prossimo giro quel cubo di cemento potrebbe vederlo dal marciapiede di via Roma. E Soru che fa? Compra l'Unità e minaccia di aprire una sede a Cagliari. Una cortesia a Veltroni, una intelligente e brillante diret-tora, per carità, ma ci sembra un copione consunto, il rimpianto del piccolo mondo antico che appena lo sfiori fa plof come una bolla di sapone; un altro colpo, dopotutto. Quei colpi che Soru ha contato uno a uno senza una smorfia. E se a lui l'algoritmo della felicità rimarrà per sempre estraneo, che dovrebbero dire coloro che di quei colpi portano addosso i lividi?