Non ho mai conosciuto Albert Skira anche se sarebbe potuto capitare. Lui morì nel 1973 ed era già da qualche anno che io frequentavo la fiera del libro di Francoforte dove lui veniva, ma, da gran signore delleditoria darte, non faceva condizioni e non stringeva nuovi rapporti», racconta Massimo Vitta Zelman, attuale presidente e azionista del gruppo Skira. Albert Skira era un ragazzone di 24 anni quando, nel 1928, francesizzando il suo nome e trasformandolo dallitaliano Alberto Schira in Albert Skira fondò a Losanna una casa editrice per «Livres dArt». Riuscì a pubblicare il primo libro tre anni dopo, ma fu un volume straordinario: «Le metamorfosi» di Ovidio illustrate dal più grande pittore del tempo: Pablo Picasso. «Skira gli fece la corte tre anni - ricorda Vitta Zelman - finché Picasso, stremato, cedette. Credo che lo prese proprio per sfinimento. Poi fu più facile con gli altri artisti: Matisse, ad esempio, gli disse subito sì. Anche il marchio della casa editrice, con le lettere molto stilizzate, si deve a Matisse. I primi ventanni, dal 28 al 48, furono per la casa editrice anni eccezionali e di contatti diretti con i grandi artisti». Poi venne il dopoguerra. «Skira era ormai una casa editrice raffinata e non più così di nicchia. Anzi negli anni del dopoguerra Skira era diventato sinonimo e stereotipo di libro darte: era per larte quello che la Pleiade è per i classici della letteratura». Nel 1973 la morte del fondatore. «Le redini della casa editrice passarono alla moglie, Rosa Bianca, che era figlia dello storico dellarte Lionello Venturi, e a uno dei figli di Albert, Jean Michel, che aveva una trentina danni. Ristamparono molti libri e aggiunsero novità. Ma erano anni di trasformazione vorticosa per leditoria darte e anche il modello Skira invecchiava. Fu così che, successivamente, la casa editrice francese Flammarion acquistò il marchio, poi ceduto a una casa editrice svizzera, la Edipress e da questa di nuovo alla famiglia». Poi lingresso degli italiani. «Nel 94 io e Giorgio Fantoni acquistammo il marchio. Allora Skira stampava cinque novità allanno: era diventata una piccolissima casa editrice rintanata a Ginevra. Nel 1996 acquistammo tutta lattività e già da quellanno uscirono una quarantina di titoli». La Skira di oggi è ,un colosso delleditoria darte e di qualità. «Oggi stampiamo 300 novità allanno e produciamo mostre, attività non compresa nella Skira di Albert. Anzi, fino agli anni 70 gli editori non facevano cataloghi di mostre: fu proprio Fantoni, nel 1973 con la mostra su Tiepolo a stampare per la prima volta con una casa editrice un catalogo darte. Da allora il mercato del settore si è trasformato. Oggi, comunque, Skira continua a far la parte maggiore del fatturato con leditoria, mentre la produzione di mostre e il marketing legato ad esse raggiunge il 15». Skira conobbe di persona molti dei protagonisti di allora, come Picasso e Matisse: è ancora così oggi per un editore? «Lamicizia è ancora importante. Ad esempio io ho molti amici architetti, come Vittorio Gregotti, Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e ricordo gli scomparsi Ettore Sottsass e Aldo Rossi. Credo che larchitettura sia oggi la più internazionale delle arti e per questo ben si coniuga con il Dna della nostra casa editrice, che sta lanciando le sue edizioni francese e americana. Ma ho avuto anche grandi amici tra gli artisti, come Tadini, Baj, Adami, Rotella e, naturalmente, Arnaldo Pomodoro». E tra gli stranieri chi ricorda? «Sono stato molto amico di Balthus e ne ho realizzato la mostra a Roma, suo ultimo desiderio. Era un personaggio fuori dal comune: aveva costruito una sorta di vita parallela. Abitava con la moglie Setsuko nel Grand Chalet di Rossinière circondato da domestici giapponesi. E se gli si chiedeva cosa sognasse, rispondeva: un castello e una spada, fare il cavaliere». Ma qual è il segreto per tenere insieme tanti artisti che, sovente, si detestano? «La nostra è una nicchia editoriale che non si può permettere una tendenza, ma deve contare solo sulla qualità: noi sosteniamo tutte le proposte purché siano di qualità. Certo devo usare un certo equilibrismo, specie tra i critici, che si avversano luno con laltro. La nostra saggistica ha cercato di offrire spazi a tutte le impostazioni critiche differenti. Ma abbiamo evitato di fare una rivista proprio perché una rivista esprime una tendenza». Cè chi accusa la Skira di oggi di essere tentacolare e di occupare quasi tutti gli spazi del mercato. «Fare il libraio è la nostra terza gamba, dopo leditoria e gli eventi. Consente di mettersi in contatto con il nostro pubblico, evitando di essere stritolati nelle librerie tradizionali dove si rincorre lo spaccio di bestseller venduti in poco tempo». Soprattutto a Milano si accusa Skira di essere onnipresente. «Su Milano abbiamo avuto una strategiaaggressiva in vista dellExpo. E un mio vecchio pallino: credo che Milano abbia smesso di essere il crocevia intellettuale da diversi decenni mentre dovrebbe rimanere tale e giocare questaspetto in mutuo scambio con la sua caràtteristica di capitale economica. Anzi, lunedì apriremo anche il bookstore della Scala e sarà di grande qualità. A chi ci accusa voglio però ricordare che, a Milano, abbiamo vinto dei concorsi banditi da fondazioni private e autonome e dal comune: la Triennale, la Scala e Brera, che appartiene al ministero».
Skira, la griffe dell'arte
Massimo Vitta Zelman, presidente e azionista del gruppo Skira, racconta la storia della casa editrice fondata da Albert Skira nel 1928 a Losanna. Skira era un giovane di 24 anni che aveva fondato la casa editrice per pubblicare libri darte. Il suo primo libro fu pubblicato nel 1931 e fu un volume straordinario, "Le metamorfosi di Ovidio" illustrato da Pablo Picasso. Skira riuscì a pubblicare libri di artisti famosi come Matisse e a creare un marchio di alta qualità. Nel dopoguerra, la casa editrice divenne sinonimo di libro darte e Skira era considerata una delle case editrici più raffinate.
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