La sollevazione è stata immediata: il supermanager dei Beni culturali «suscita il nostro più vivo allarme e la nostra più recisa opposizione», ha tuonato un consesso di addetti ai lavori. A capitanarli cè lassociazione Bianchi Bandinelli, che per dare maggiore forza a questallerta ha lanciato una raccolta di firme che si chiude oggi. A ieri le sottoscrizioni erano oltre 3mila «con firme prestigiose, ma anche di semplici cittadini, da tutte le partì del mondo», spiega il sito dellassociazione. In effetti, la quantità di nomi stranieri che intervengono sulla nostra riforma dei Beni culturali è notevole e, al di là dei molti lavoratori ed esperti del comparto storico-artistico, compaiono anche parecchie figure professionali del tutto estranee al settore: avvocati, psicologi, matematici, programmatori di automazione industriale, un vulcanologo e universitari delle più disparate facoltà. Tutti sostengono «la condanna del progetto di messa a reddito del patrimonio artistico e archeologico italiano, riaffermando invece - si legge nella presentazione dellappello - la necessità di una riforma della sua gestione che assicuri il giusto valore alle competenze e alla formazione tecnico-scientifica». Dal testo emerge una visione un po "museale" dei beni culturali, in cui e rigettata in toto lidea che possano essere patrimonio a 360 gradi - ovvero risorsa anche in termini economici. Non solo, inserito in questo contesto, anche il richiamo a valorizzare le professionalità del settore assume un sapore polveroso. È vero che il supermanager per la nuova "Direzione generale per i musei, le gallerie e la valorizzazione" è stato individuato in Mario Resca, ex direttore di McDonald Italia che per sua stessa ammissione non ha competenza specifica sui beni culturali, ma è vero anche che la preoccupazione degli appellanti è messa in modo tale da sembrare un arroccamento a difesa della "casta" più che del settore. Così, quando «la comunità scientifica internazionale - sono le ultime righe dellappello - dichiara il proprio sconcerto e richiede la revoca immediata di tale direzione generale», viene in mente uno schema simile a quello dei baroni universitari contro le riforme Gehnini. Ovvero, ancora una volta il conservatorismo contro la modernizzazione. Di tenore diverso la lettera aperta della presidente del Fai (il Fondo per lambiente italiano), Giulia Maria Mozzoni Crespi, al ministro Sandro Bondi, pubblicata ieri dal Corriere della Sera. La Mozzoni Crespi critica sì alcuni aspetti della proposta per la riorganizzazione del ministero dei Beni culturali, presentata nel consiglio dei ministri del 18 novembre, ma stigmatizza il fatto che la questione sia stata «banalizzata», ridotta «a una superficiale bagarre sul nome indicato a ricoprire il nuovo ruolo, invece di un contributo a un sereno e costruttivo dibattito». La Mozzoni Crespi si sofferma sul merito del regolamento, fa appunti, ragiona senza sconti su quelle che considera le debolezze del progetto e dei nuovi dipartimenti. Alla presidente del Fai non piace laccorpamento della valorizzazione con la gestione dei musei e delle gallerie e si capisce che non le piace nemmeno tanto il nome indicato, ma sullopportunità della valorizzazione non ha dubbi: «Ci sembra giusta la creazione di una nuova direzione della valorizzazione che si occupi con piglio manageriale di promozione, di comunicazione e di servizi per i nostri beni culturali nel loro complesso; ce nè - sottolinea - uno spaventoso bisogno». Il contributo arriva con lauspicio che «possa essere utile sia nel suo paziente lavoro dei limatura del testo approntato - scrive la Mazzoni Crespi a Bondi - sia al pubblico dibattito». La presidente del Fai in chiusura chiede chiarezza, «perché solo dalla chiarezza nasce la concordia che consente lenorme lavoro che ci aspetta», e ricorda che questa è la richiesta anche di «autorevolissimi membri del consiglio superiore dei Beni culturali». Lappello a una riforma condivisa viene anche dal responsabile cultura di An, Fabio Granata, per il quale «certamente il conservatorismo autorizza Bondi a dover arrivare a delle soluzioni, ma - avverte - bisogna stare attenti a non fare di tutta lerba un fascio e non inimicarsi tutto il mondo della cultura italiana». «Il consiglio superiore dei Beni culturali - ricorda Granata - è un organo plurale e ha manifestato perplessità, credo - commenta - che qui si debba ricucire». Quindi, la strada secondo il deputato del Pdl è «un percorso che veda una condivisione, sempre supportata da sapienza e conoscenza, su questo tema di valore enorme. Il rischio di arroccarsi sullo-status quo aggiunge - è un fatto indiscutibile, ma per esempio sul supermanager occorrerebbe utilizzare un metodo di condivisione». I margini per il dialogo ci sono tutti: la proposta di modifica del regolamento, «che è solo un tassello - sottolinea Granata - di una riforma più ampia», dovrà passare in Parlamento. Lì «faremo le nostre proposte e secondo me - spiega il deputato - bisogna dare grande attenzione oltre che ai musei alle aree archeologiche. Sono il vero problema, anche dal punto di vista legislativo. Dobbiamo pensare a soluzioni che coinvolgano i soggetti attivi del territorio, dagli amministratori ai privati, regolando questi rapporti con unattenta normativa». Un modello in questo senso già esiste ed è quello sperimentato dallo stesso Granata in Sicilia, quando era assessore regionale alla Cultura. Quellesperienza di collaborazione ha dato i suoi frutti sullIsola e ora si può provare a "esportarla" a livello nazionale. Ma la discussione in commissione parlamentare, per Granata, offre anche unaltra opportunità: «Può essere la sede in cui dare slancio al metodo della condivisione, per evitare il rischio che una soluzione giusta sia ostacolata da un metodo sbagliato».