CAGLIARI Ancora brindano, nel centrodestra. Calici colmi (quasi) di cannonau e bicchieri di mirto. Che regalo, come piovute dal cielo le dimissioni di Renato Soru pugnalato da metà del Pd sardo. Il day after è, se possibile, peggio della notte del golpe quando le urla fra il presidente e il capo della commissione ambiente Pirisi, deciso a votar contro la nuova legge urbanistica, rintronavano per tutto il palazzo della Regione. Volano gli stracci fra lealisti e ribelli della (ex) giunta guidata dal patron di Tiscali. Veleno puro. Lo schema, che circola in queste ore nei due opposti quartier generali, è questo qui. Soru rotola dalla poltrona per aver protetto e difeso mare, coste, calette bianche dell'isola, punito dai ras del cemento attraverso le talpe annidate nella stessa maggioranza. Macchè. Soru ha calcolato tutto, ha cercato il pretesto per far platealmente saltare il tavolo, spiazzare gli avversari interni e indossare i panni della vittima della congiura della casta. Così, quella di Maurizio Migliavacca, spedito da Walter Veltroni a Cagliari, dove incontra nel pomeriggio il presidente dimissionario, appare allo stato dell'arte una missione impossibile. I margini per ricucire sono strettissimi, le elezioni anticipate a febbraio sembrano dietro l'angolo. Beppe Fioroni, il capo dell'organizzazione al Nazareno, spiega che si lavora ad una ricomposizione delle ferite. Ma Antonello Soro, il capogruppo del Pd alla Camera, grande sponsor del capo della giunta sarda, ammette: si cammina su un filo sottilissimo. «Se ad un certo punto ti viene impedito di andare avanti sulla strada della coerenza, beh, fai benissimo a dimetterti. Al suo posto, avrei fatto la stessa cosa. Sarà, ma mi ricorda tanto la vicenda del ministro Fiorentino Sullo, impallinato perché voleva la legge sui suoli». Ma lui, l'imprenditore che ha fatto sognare la sua terra staccando il biglietto di ritorno Milano- Cagliari, il Berlusca del centrosinistra, che fa? Ci ripensa, resta, torna in sella entro i trenta fatidici giorni? Il presidente dimissionario ne ha parlato ieri al telefono, a lungo, con i suoi amici politici che a Roma fanno il tifo per lui. Con Veltroni, tanto per cominciare, che lo ha voluto prima al Lingotto (era, quello, il congresso dei Ds, nel 2000), e poi candidato in Sardegna. «Vai avanti», lo ha incoraggiato il leader del partito. Con Soru a spiegare che, nonostante quelli che considera dei veri e proprio agguati, non ha alcuna intenzione di mollare la politica. L'appuntamento però è per il prossimo turno, sarà di nuovo in campo per la corsa a governatore, però ora troppo profonde sono le ferite per ripartire, rimettere insieme i cocci della giunta. Ampia e articolata la pattuglia dei contras. Con una regìa, attribuita ad Antonello Cabras, senatore pd ed ex segretario regionale del partito, poltrona soffiata a Soru nelle primarie ma poi abbandonata proprio in polemica con l'editore dell' Unità . Da quel momento, un duello senza esclusioni di colpi. Nel mirino, il presidente- Mugabe, il decisionista che salta partiti e segreterie. Con l'ambizione, per niente velata, di mandare all'aria un eventuale secondo mandato. Occasione che, adesso che la giunta è caduta, gli amici di Cabras non hanno intenzione di lasciarsi sfuggire. Ai ribelli ds si sono uniti anche alcuni consiglieri ex Margherita, socialisti, un esponente dipietrista. E il cartello lo ha messo in minoranza, nella nottata dei lunghi coltelli. Per i cin cin del centrodestra. Che in fondo però ha poco fa festeggiare. «Siamo pronti al voto» annuncia il capogruppo del Pdl. Ma il candidato, dopo l'approdo di Beppe Pisanu alla guida dell'Antimafia, non ce l'hanno. Il centrosinistra invece sega il suo. Paradossi sardi. Dove quello che fu il laboratorio della politica nazionale, oggi s'avvita e s'incarta.