Il problema non è lui, il problema è «che tipo di Sardegna vogliamo? Vogliamo chiudere due occhi dinanzi a chi vuole solo gettare cemento, o vogliamo produrre sviluppo rispettando la terra bellissima che calpestiamo?». Sono le sette di sera, Renato Soru è stato a lungo chiuso nel suo ufficio, nel primo giorno dopo le dimissioni, e solo ora ne riemerge. La missione di quest'uomo che fondò Tiscali e di recente è diventato l'editore dell'Unità, resta innanzitutto quella di «presidente dei sardi»: «In questi anni abbiamo fatto tante cose, nel confronto con lo Stato, il demanio, le servitù militari, il risanamento, le spese tagliate, gli enti ridotti. Ma se dovessi dire oggi perché entrai in politica, direi ancora per tutelare l'ambiente, il mio territorio». Lobby del cemento, faide incrociate nel Pd, interessi economici e di potere, cosa l'ha davvero spinto a dimettersi? «Ma io sono stato costretto! Costretto se scegliere di continuare a governare, oppure restare, ma rinunciando al patto che avevo sottoscritto, dinanzi alle tante resistenze...». Poteri, interessi, prima ancora che le guerricciole dentro il Pd? «La delega che è stata negata l'altra sera era già stata conferita anni fa dai sardi, e riconfermata dal referendum, nel quale molti poteri del sacco della Sardegna si erano schierati contro la politica ambientale della Regione, e nonostante questo hanno perso». Pensa a qualcuno in particolare? «Consideri solo la campagna che fece l'Unione sarda, distribuendo adesivi che spingevano i sardi a bocciare il piano paesaggistico. Ma in definitiva tutti quelli che restano insensibili se vedono qualcuno che fa scempio della nostra isola». Le operazioni contro cui s'è battuto di più quali sono? «Guardi, le potrei dire quelle che abbiamo bloccato, a Cala Giunco, a Tuvixeddu, imprenditori che hanno iniziato una lunga battaglia contro la Regione». Zuncheddu, Cualbu. «Invece le farei l'esempio di Irgoli, un paesino 70 chilometri a Sud di Olbia. Campagna, non mare; ma a dodici chilometri da Orosei, a sette di strada da Capo Comino, un'oasi naturalistica unica in Europa, intonsa. In quei sette chilometri c'è una strada di campagna bellissima, gli olivi, il mare che si avvicina. La norma che è stata bocciata punta a impedire che quella strada diventi una striscia di cemento, ville e villette, finti agriturismi, strazio della natura». Non solo la grande speculazione, allora. Il nemico magari è il piccolo abuso, il professionista che si fa la villetta o villona. «L'avversario è chi pensa a gettare cemento, anche su piccola scala». E' vero che paradossalmente grandi investitori come Tom Barrack sono sulla sua linea più di tanti piccoli cementificatori? «Le farò un esempio: Colaninno ha presentato un progetto, pensato da Massimiliano Fuksas, per un ottimo albergo a Is Molas, a dieci chilometri dalla costa. Lì c'era già un'altra struttura, il progetto è bello, questo è sviluppo che si può fare. Altri, invece...». Il centrodestra accredita un'immagine di Soru nemico dell'impresa. Come si difende? «Abbiamo avuto ottimi rapporti con tanti imprenditori, Pirelli Real Estate, per dire, era interessata al Forte Village; poi non se n'è fatto niente, ma è invece entrato il gruppo Marcegaglia. Come vede non è una battaglia anti-impresa. Certamente un'economia non si regge sul solo turismo, sulla Sardegna dei lustrini. Bisogna anche difendere la nostra terra, aiutare - finché ci sono, e ci sono - i nostri agricoltori, favorire chi dà lavoro, senza distruggere». Una parte del Pd però le si è rivoltata contro. Veltroni ieri l'ha chiamata. Da Roma cercano di ricomporre tutto? «Siamo tenuti a rispettare la legge: e la legge prevede 20 giorni di riflessione, e poi che il presidente vada a discutere le sue dimissioni in aula. Se saremo capaci di ricostruire le ragioni del patto, bene; altrimenti è utile che decidano presto gli elettori». Un'ultima cosa, Soru: dicono che il Cavaliere sia infine meno ostile alle istanze ambientalistiche della Regione, che gli inviò gli ispettori a Villa Certosa. Le risulta? Soru sorride. «A me no, anzi; mi pare che Berlusconi continui ad andare in giro parlando male di me, sarei io il nemico dell'economia sarda».