Abbandonata dagli abitanti due secoli fa Abitata fin dalla preistoria e poi, all'improvviso, abbandonata dai suoi abitanti, due secoli fa. La nascita stessa di questo borgo resta un enigma: antica fortezza latina, città etrusca di confine o «stazione di servizio» dei Romani? Le prime notizie risalgono a 12 secoli fa. È del IX secolo, infatti, la prima testimonianza scritta su Galeria, a proposito del saccheggio e della distruzione a opera dei Saraceni. Nel 1026 diventa «castrum» (castello è appunto il diminutivo di castrum, fortezza). Joannes Tocco è il suo primo feudatario. Ma dopo appena due secoli, la sua dinastia perde i possedimenti. Il nuovo padrone di Galeria è il monastero di san Saba, che la vende agli Orsini. Nel 1321, la città viene, infatti, conquistata e spogliata dei suoi antichi marmi pregiati, che finiscono nel Duomo di Orvieto. Un secolo dopo, le difese di Galeria, al centro delle lotte tra gli Orsini e le altre famiglie romane, vengono rinforzate. Ma nel 1514, annota papa Leone X, il borgo va spopolandosi, a causa delle guerre. Nel 1734, Galeria passa ai Manciforte-Sperelli. Nel 1806, un'alluvione danneggia il mulino. Tre anni dopo, incalzati dalla malaria, gli ultimi abitanti abbandonano il borgo. Una città-fantasma a pochi chilometri da Roma. Una Pompei tardomedievale sepolta dalla vegetazione, come le città Maya. Galeria Antica è una ghost-town a pochi passi dalla capitale. Un unicum ignoto ai più. Un irripetibile intrico di rovine di castelli e luoghi di culto, antiche dimore e sepolture etrusche, avvinti in un abbraccio inestricabile dentro una selva di edera, rovi e quèrce. Abbandonata due secoli fa dai suoi ultimi abitanti, Galeria è oggi popolata, di giorno, soltanto da serpenti e lucertole che strisciano o si scaldano tra le sue rovine, su pietre corrose e grandi blocchi di basalto, sorvolata in lente volute, da falchi e corvi. Di notte, invece, la città morta è visitata da volpi, ricci, istrici e tassi, che si muovono cauti al canto della civetta. Il cammino per Galeria Antica (posta tra la via Aurelia e la via Claudia Braccianese) s'infossa per la «tagliata», l'antichissima via a trincea, intagliata quasi tremila anni fa nella viva roccia dagli etruschi. Ci si fa strada tra spallette foderate da muschi e illeggiadrite da mazzi di ciclamini selvatici. Ci si addentra sotto una galleria di rami intrecciati, tra i versi di upupe, cince, torcicolli. Finché, spalancata-si la volta di verzura, ecco incidersi sull'orizzonte, al disopra delle cortine di querce, un rudere dal profilo inconfondibile: quel che resta del campanile della chiesa di San-t'Andrea. Si avanza, allora, per un sentiero serpeggiante tra due banchi di rovi, alti più d'un uomo. E dopo una svolta ecco rivelarsi, improvviso, un bastione fortificato, ancora intatto come al tempo in cui ancora proteggeva contadini, artigiani, massaie, guerrieri e nobili dell'antico borgo. Mura ciclopiche e d'un colore spettrale, bruno, lo stesso dei basoli che lastricano le strade romane. Poco oltre, appena a monte d'un bivio tra i rovi, ci si trova dinanzi l'antico accesso principale della città-morta: senza più battenti e dai contorni mangiati dal tempo. Sulla secolare torre di guardia, resta solo la traccia sbiadita dell'antico orologio (montato nel 1774 e spostato già nel 1822, per decorare la porta di piazza Santa Maria di Galeria). Appena entrati, ecco, subito a destra, l'imponente, drammatica, rovina del castello. Quel che era il cuore politico e guerresco del borgo, resiste all'attacco secolare dei rampicanti, assediato da un intrico di edere, rovi, ortiche e querce nodose. Uno straordinario sistema di porte e muraglioni ancora parla della potenza, del passato glorioso, di questa fortezza che fu dimora di dinastie di castellani: i Conti di Galeria, per l'appunto, e gli Orsini, gli Odescalchi e i Manciforte. Quasi a indicare la contiguità dei poteri temporale e spirituale, ecco, attigua alla fortezza, la maestosa, quantunque ridotta a rudere, chiesa di Sant'Andrea: la più fascinosa, la più suggestiva di quelle che costellavano Galeria. Consacrata nel 1204, come attesta un'antica epigrafe, svetta ancora col suo campanile, privato anch'esso dell'orologio. Si entra dalla corte del castello e subito si è pervasi da una suggestione quasi palpabile, di mistero e vertigine. Da un lato, un muro ancora ingloba tre blocchi in opera quadrata. Un piccolo enigma: chi le intagliò? Mani etru-sche, latine o romane? Non è mai stato chiarito. Sul lato opposto, il catino dell'abside è a sbalzo sul dirupo sul cui fondo scorre l'Arrone. Sotto le pietre secolari del pavimento, si dirama una cripta sotterranea, che conserva chissà quali segreti, ma l'ingresso è chiuso da cumuli di terriccio e pietrisco. Ed eccoci sulla piazza del borgo, il cuore dell'antica Galeria. Tutt'attorno, ecco i resti spettrali del forno e della casa del balio, i ruderi smozzicati della dimora del governatore, le porte del castello e d'una chiesa. All'estremo sud dello sperone tufaceo che fa da piedistallo a Galeria, si staglia la porta minore della città-morta. Di epoca medievale, conserva, però, un'anima romana: il grande arco d'accesso, ancora in piedi, è infatti costruito di mattoni rossi, materiale di costruzione riciclato, asportato - chissà! - magari dagli archi dei due acquedotti che - come testimonia lo storico Frontino - si incrociavano proprio qui, presso l'antica Careia, acquedotti che portavano nell'Urbe l'acqua di Galeria.