In tale occasione fu annunciato lo stanziamento di 200 milioni di fondi Fesr, più 20 comunali, poi confermati dal governatore che precisava: «Sarà istituita una cabina di regia presso la presidenza della giunta regionale. Entro brevissimo tempo si procederà alla redazione di un Documento Strategico Preliminare che, tra laltro, indicherà una specifica fetta del centro storico su cui concentrare le risorse» (20.9.2007). Intanto il giorno prima erano stati pubblicati i progetti della cittadella universitaria elaborati in un master; quindi viene istituita la cabina di regia, mentre è redatto il "Grande Programma Centro Storico Patrimonio Unesco" in due versioni, dalla Regione (103 pagine) e dal Comune (33 pagine), secretate certo non in omaggio alla governance. Pertanto solo oggi possiamo discutere in modo contestuale tali quattro iniziative. Il "Documento di Orientamento Strategico" regionale afferma: «Il comune di Napoli ha una superficie territoriale di 117, 27 kmq. Il 16 per cento (18,73 kmq) fa parte dellUnesco e il 13 per cento (16,02 kmq) di questarea è quella di nostro interesse»; mentre gli «abitanti area Unesco 2001 (sono) 295.221». Nella «vasta dimensione territoriale del sito individuato» sono precisati 5 assi tematici omogenei, 8 aree urbane complesse, 6 connessioni con poli monumentali, 3 siti paesistici e i collegamenti trasportistici. Ma tale documento, cedendo alla favola metropolitana del centro storico più grande dEuropa, poggia su dati sbagliati. Larea Unesco non è il 16 per cento del comune, né il 13, ma meno della metà: il 6,14 (7,2 kmq). Inoltre gli abitanti non sono 300 mila, bensì un terzo di meno: già 273.371 nel ?71, sono scesi a 230.617 nell86 e a circa 200 mila oggi. Pertanto, analisi, planimetrie, tabelle statistiche, dimensionamento del piano basate su tali dati, sono errate. Intanto il comune mentre propone 124 interventi sparsi nella "zona ampia" concentra: anzitutto sullAlbergo dei Poveri un quarto delle risorse, cioè la nona parte «dellimporto previsto per il suo completamento di circa 450 milioni» (ma nessuno sa come e quando si troveranno gli altri 400 milioni per far rivivere tale dinosauro); inoltre sul nuovo campus universitario nellarea archeologica del Policlinico, che in una versione più invasiva ha un costo che si avvicinerebbe ai 100 milioni, cioè metà dei fondi; in unaltra, 20-40. Insomma questo maxi intervento, lAlbergo dei Poveri e i 60 milioni chiesti dalla Soprintendenza per completare restauri iniziati, prosciugherebbero le risorse vanificando gli altri interventi sparsi. Sconcertante il ruolo della cabina di regia: nessuno si accorge degli errori; né della squilibrata distribuzione dei fondi, né di un nuovo "asse" di accesso alla città antica: Portosalvo?vico Melofioccolo?vecchio Policlinico?Caponapoli; mai esistito, se non come uno dei tanti stenopoi (vicoli). Ma in tale caos cè una costante. Da quasi 30 anni si propongono progetti sullarea del Policlinico. Il primo nell81, lo riedificava massicciamente in nome di una convenzione universitaria; lultimo pubblicato questanno, esteso a Caponapoli coincidente, guarda caso, con lasse del "Grande Programma". Il primo era a tal punto devastante da sollevare le proteste di associazioni culturali locali e nazionali. Scrisse Adriano Buzzati Traverso: «Se già agli inizi del secolo, nel 1903, sulle pagine di Napoli Nobilissima, Benedetto Croce giudicava un errore imperdonabile la decisione di impiantare "le nuove cliniche nel cuore della città nel mezzo di uno dei suoi quartieri più popolari", oggi a distanza di 80 anni non si può parlare di errori ma soltanto di un delitto contro la città ? (questo) ? è demenziale e dimostra lo stato di disfacimento morale e larretratezza culturale della classe dirigente dellUniversità di Napoli» (1982). Contro simili scempi il Prg istituì il parco archeologico. Oggi il suddetto "asse", composto da angusti vicoli nord-sud, dovrebbe contendere il ruolo di accesso alla città antica ai tre "decumani" est-ovest. In realtà serve solo a ricucire progetti e protagonisti vecchi e recenti finendo di nuovo in un vicolo cieco e perdendo altro tempo prezioso. Infatti si ignora che la normativa consente solo il restauro e lampliamento del parco archeologico. Nel caso di rottamazione di edilizia post-bellica priva di qualità e in assenza di resti archeologici, si inserirà larchitettura moderna attraverso Pua. Ma è possibile correggere il "Grande Programma" che, peraltro, non ha valore giuridico? Basta redigere il Piano di Gestione secondo la legge 772006 (come hanno fatto Firenze e Ferrara) e una visione sistemica della città che eviti la monofunzionalità. Napoli per 2000 anni è stata una piccola città. Dalla fondazione greca alla fine dellimpero romano vive sul "pendino" compreso tra due "lavinari", di soli 93 ettari (meno di un kmq). Nel periodo ducale è inclusa nelle mura la junctura nova (circa 11 ettari); con gli angioini, unarea portuale e il mercato (altri 18 ettari); con gli aragonesi si raddoppia a circa 200 ettari (2 kmq). Nel viceregno la città intramoenia arriva a 340 ettari (3,4 kmq), mentre si urbanizzano le conche di Chiaia e Sanità. Con i Borboni la città risale le pendici del Vomero e Capodimonte giungendo ai 720 ettari (7,2 kmq) individuati nel Prg del ?72 come "centro storico" e adottato nel ?95 dallUnesco. Quindi chi farnetica di una maxi-area Unesco di 18,73 o 16,02 kmq sproposita e avalla interventi sparsi che non formeranno mai massa critica e sinergia tra loro. Occorre una svolta: passare dal restauro di edifici isolati al restauro del continuum urbano. Ribadendo che il centro storico è un organismo a funzioni integrate, si potrebbero concentrare le risorse, supportate da fiscalità di vantaggio e investimenti privati, sui due kmq della città aragonese; e, in una prima fase, su metà dellarea: la città antica. Si restaurerebbero anzitutto gli spazi urbani: plateiai (decumani), porte monumentali, stenopoi, piazze; inoltre tutto il tessuto edilizio interno alle mura greco-romane da scavare ed evidenziare, compreso Forcella, una vergogna da sempre ghettizzata. Infine un appello al governatore. Se si vuole rianimare la ex capitale, invece di impantanarsi di nuovo nellarea archeologica dellex Policlinico o, al contrario, di intervenire a pioggia sui presunti 16 kmq, si cominci a risanare il centro antico di un solo kmq, il più stratificato e prestigioso dei 117 kmq di Napoli. È una sfida epocale che aprirebbe una straordinaria prospettiva di lavoro attuando tale strategia attraverso un corretto Piano di Gestione più urgente che mai.