All'inizio, rivendicare per il Campidoglio la tutela integrale dei beni culturali sembrava una sortita ferragostana del vice-sindaco di Roma, Mauro Cutrufo. Poi però ben due ministri (Calderoli e ) avevano annunciato che un maxi-emendamento in tal senso era stato appiccicato al disegno di legge governativo sul federalismo fiscale. Il sindaco Alemanno aveva esultato rimarcando che, d'ora in avanti, ogni decisione in materia di «beni culturali, ambientali e fluviali» veniva concentrata in una sola sede: il Campidoglio. Contronore e controllato. E il ministro Bondi? Aveva soltanto detto, con ragione, di non saperne nulla. Di qui una (piuttosto isolata) campagna dell'Unità, l'appello allarmato firmato da decine di intellettuali, alcune interrogazioni parlamentari. Ad una di queste - dell'on. Giulietti di Articolo 21 - ha risposto ieri su carta intestata del suo Ministero il sottosegretario ai Beni Culturali, Francesco Giro, per ribadire, a nome del governo, la «ferma contrarietà a una siffatta ipotesi devolutiva». Quel trasferimento della delega alla tutela contrasta infatti con l'art. 9 della Costituzione e con la necessità di mantenere allo Stato, cioè alle Soprintendenze, questa strategica funzione. Con le Regioni vi sono e vi saranno «forme di intesa e coordinamento» (secondo il Codice per il paesaggio). Con gli Enti locali intese e accordi nell'interesse comune. Niente di più. Una risposta netta e rigorosa e molto ben argomentata. Questa partita sembra dunque chiusa. Almeno finché ci saranno il pilastro dell'art. 9 della Costituzione e il presidente Napolitano a vigilare. Resta l'altro spinoso problema sollevato, stavolta, dal ministro Bondi: la nomina di un Supermanager a Super-direttore centrale dei Musei statali con poteri assoluti, tali da svuotare quelli dei Soprintendenti dei Poli museali di Roma, Firenze, Napoli, e dei direttori di musei, siti archeologici e pinacoteche nazionali. I quali per la verità, tranne i soliti pochi, tacciono, non firmano appelli, non dicono la loro (a differenza dei docenti universitari, dei professori e dei maestri). Un manager può essere senz'altro utile. Ma va inserito senza mortificare le competenze tecnico-scientifiche. Per la verità, il prescelto, Mario Resca, ha rilasciato dichiarazioni quanto meno poco informate. Del tipo: «nessun Museo italiano è fra i primi venti del mondo...» E ti credo: noi (per fortuna, dico io) non abbiamo i terrorizzanti maxi-musei di certe capitali. Abbiamo invece, ovunque, una ricca e articolata rete di formidabili musei e pinacoteche (e chiese, rocche, castelli), e su tale rete si può, si deve agire di più. Peraltro negli ultimi 12 anni gli ingressi in tutti gli Istituti (statali, civici, privati, ecc.) sono saliti da 25 a 34,5 milioni e gli incassi da meno di 53 a più di 106 milioni di euro. Con una metà circa di visitatori che non paga, oppure paga una tariffa ridotta, o perché il museo non stacca biglietti o perché si tratta di studiosi, studenti, scolaresche, anziani, ecc. Il mondo più avanzato assegna ai musei una grande funzione didattica, culturale, creativa. L'altro errore di base è che i beni culturali sono «il nostro petrolio» e quindi devono «rendere». Ma il petrolio inquina e lo si consuma. I beni culturali e paesaggistici non vanno consumati ma conservati, tutelati e con ciò stesso valorizzati. Forse bisognerebbe anche sapere che il Louvre incassa dagli ingressi e dal suo apparato commerciale meno del 20 per cento dei suoi costi, che il Metropolitan, fino a qualche anno fa, incassava meno della metà e il resto erano donazioni e denaro pubblico, che i più grandi musei britannici sono, per legge reale, gratuiti ritenendosi dominante la loro funzione educativa e culturale. È l'indotto del Belpaese che rende, che deve rendere. Ogni dilettantismo ha un limite in democrazia.O dovrebbe averlo.