Caro signor ministro, ho letto che nella riunione del 18 novembre il Consiglio Superiore dei Beni culturali le ha chiesto di ripensare l'art. 8 del nuovo regolamento di riorganizzazione del ministero per i Beni e le attività culturali al quale lei sta lavorando. La scomposta cronaca quotidiana alla quale purtroppo assistiamo a proposito di qualsi-voglia argomento, ha subito banalizzato la questione riducendola a una superficiale bagarre sul nome da lei indicato a ricoprire il nuovo ruolo di direttore generale dei musei invece che contribuire ad un sereno e costruttivo dibattito con un esame approfondito dei contenuti dell'art. 8 che, del nuovo direttore, fissa i compiti e le competenze. Con questo spirito mi permetto di rivolgerle pubblicamente due considerazioni che spero potranno esserle utili sia nel suo paziente lavoro di limatura del testo approntato, sia al pubblico dibattito che si è acceso in questi giorni. La prima riguarda la denominazione stessa della nuova direzione (art 8) che prenderebbe il nome di «Direzione generale per i musei, le gallerie e la valorizzazione» al posto di quella attuale di «Direzione generale per i beni architettonici, storico-artistici e demoetno-tropologici». Parimenti (art. 7) verrebbe creata una nuova «Direzione generale per l'archìtettura, l'arte e il paesaggio» al posto dell'attuale «Direzione generale per la qualità e la tutela del paesaggio, l'architettura e l'arte contemporanea». A nostro avviso le nuove denominazioni rischiano di non giovare alla chiarezza dei compiti delle due Direzioni: se una infatti si occuperà di musei e gallerie e l'altra di arte quale dei due direttori avrà giurisdizione su una opera d'arte custodita in un museo? E d'altronde di quale dei due direttori sarà la responsabilità per quelle migliaia di somme opere d'arte custodite nelle chiese, nei conventi o in ville e palazzi che musei e gallerie non sono? A questo quesito se ne aggiunge uno più generale: è realistico in Italia evocare, come ho letto sui giornali in questi giorni, il modello Louvre? A noi sembra di no: nel nostro Paese infatti non esiste e mai esisterà un museo di quelle dimensioni in grado di giustificare investimenti e operazioni commerciali come quelli (peraltro proprio in questi giorni criticati da Jean Clair nel suo ultimo libro) che il museo francese ha realizzato. La grande e irripetibile ricchezza del nostro Paese è invece, come Lei spesso ricorda, la diffusione su tutto il territorio di musei piccoli e grandi, statali, comunali o diocesani, pubblici o privati...; il celebre «Museo diffuso» che un'accorta politica di valorizzazione deve promuovere nel suo complesso e non invece a macchia di leopardo lasciando alle buone (o cattive!) intenzioni di soprintendenti, assessori o direttori il promuoverne (o meno) l'esistenza, la conoscenza e la corretta gestione economica. Ecco perché ci sembra giusta la creazione di una nuova Direzione della valorizzazione che sì occupi con piglio manageriale di promozione, di comunicazione e di servizi per i nostri beni culturali nel loro complesso; ce n'è uno spaventoso bisogno. Dando però a Cesare quel che è di Cesare: agli storici dell'arte la tutela e la direzione scientifica, a un vero esperto, che dimostri una reale sensibilità e capacità di gestione di musei, la valorizzazione. Ma per carità senza confondere i ruoli! C'è bisogno di chiarezza, perché solo dalla chiarezza nasce la con-cordia che consente l'enorme lavoro che ci aspetta. Ed è quello che con ferma pacatezza gli autorevolissimi membri del suo Consiglio superiore sottopongono alla sua sensibilità e alla sua accortezza; e alla loro voce, timidamente, affianchiamo la nostra.