La civiltà giuridica della tutela nasce in Italia con anticipo di qualche secolo sul resto d Europa. È in Italia che si afferma per la prima volta il fondamentale principio della potestà normativa e prescrittiva che deve essere necessariamente connessa alla competenza tecnica. Questo accade nel 1515, quando papa Leone X Medici nomina Raffaello Ispettore generale delle Belle Arti e Soprintendente alle Antichità di Roma. Avrebbe potuto affidare quel prestigioso e ben pagato incarico a un parente, a un amico, a un sostenitore politico, a un qualsiasi funzionano della amministrazione apostolica. Lo affida a Raffaello per la semplice ragione che Raffaello è un "addetto ai lavori" ed è, nel settore delle arti, il più bravo di tutti. Cinquecento anni dopo alla poltrona di Direttore generale dei musei italiani è designato Mario Resca, un brillante e fortunato manager che sa tutto su McDonald's e sulla gestione delle case da gioco. Il confronto stringe in emblema la storia dei beni culturali nel nostro Paese. Per mezzo millennio abbiamo insegnato a tutti come e perché si tutela il patrimonio e quali competenze, mestieri e saperi sono necessari per farlo. Le nostre leggi fondamentali (la 1089 del 1939 più di ogni altra) hanno ispirato i legislazione di molti Stati e l'Italia, in questo settore, ha fatto da modello e da traino. Poi, a far data dagli anni Sessanta del Novecento tutto è cambiato. Nella cultura della tutela e nella idea di museo sono diventati egemoni i modelli anglosassoni. La trasformazione è stata velocissima e ha condizionato persino il linguaggio. Valga un solo esempio. Nel 1994 la legge Ronchey istituiva nelle pubbliche collezioni d'arte i cosiddetti "servizi aggiuntivi" e fu tutto un moltiplicarsi di "book-shops" da un capo all'altro della penisola. Bisognava dire e scrivere "book-shop" perché nel frattempo gli italiani, nella loro ingenua esterofilia, avevano dimenticato che un posto dove si vendono i libri, nella nostra lingua e da molto tempo prima che si scoprisse 1 America, si chiama "libreria". Intanto, l'antropologia e la sociologia del secondo Novecento cambiavano il nome delle cose. Avvenne così che le opere d'arte cadessero sotto il deprimente neologismo di "beni culturali". Mentre l'intellettuale "godimento" di fronte all'Apollo del Belvedere o alla Venere di Tiziano, lo si obbligò a diventare "fruizione" e fu "territorio" quello che Leopardi e Goethe avevano chiamato paesaggio". All'inizio degli anni Ottanta qualcuno invento la metafora trucida e smagliante dei beni culturali "nostro petrolio". Chiunque sia stato era un genio della comunicazione perché quella formula affascinò a lungo giornalisti di o-gni tendenza e politici di ogni partito. Era arrivato il tempo del pensiero unico liberista ed economicista. Il Museo che l'Europa dei fascismi e dei comunismi, dei governi democristiani e socialdemocratici, aveva immaginato strumento di educazione, memoria della Storia e luogo dell'orgoglio patrio, sostanzialmente privo di valore economico, cominciò ad essere considerato sotto l'inedito profilo del "museo azienda", volano di sviluppo, moltiplicatore di occupazione, eccetera eccetera. L'universo delle arti si staccava dai suoi tradizionali ormeggi storicistici e idealistici per viaggiare verso gli incogniti lidi della fruttuosità economica e della efficienza aziendalistica. Così sono andate le cose e la deriva sembra ormai inarrestabile. Ed ecco, ai nostri giorni, al termine di un percorso cominciato con Raffaello Soprintendente di Roma, la formidabile efficacia del simbolo: Mario Resca brillante bocconiano, manager dall'eccellente curriculum aziendalistico, è designato Direttore generale dei musei. È la conclusione di un processo avviato nell'ultimo Novecento e sostanzialmente con-. diviso a destra come a sinistra.