Altro che fasci di pietra, inevitabile complemento d'epoca a ogni opera pubblica e tolti dopo la caduta del regime fascista. Il monumento ai Caduti di Erba è stato spogliato di ben altro, un'opera d'arte che venne voluta dallo stesso progettista, Giuseppe Terragni e che, se fosse ancora al suo posto, accrescerebbe enormemente il valore del capolavoro architettonico. Si tratta di una scultura di Lucio Fontana. Terragni, grazie anche all'amicizia con Pietro Lingeri, conobbe Fontana nel 1930 alla galleria milanese Il Milione, ristrutturata appunto da Lingeri quando i fratelli Ghiringhelli la rilevarono da Pier Maria Bardi, trasferitosi a Roma. In quel locale destinato a valorizzare la produzione dell'avanguardia artistica europea, il trentenne Fontana espone per la prima volta sculture in gesso colorato e in terracotta di un vigoroso plasticismo, ben lontane dalla preziosa levigatezza delle figure scolpite da Adolfo Wildt, suo maestro a Brera. È l'anno soprattutto dell'«Uomo nero», un gesso catramato d'impronta espressionista, volutamente «arcaico» nel trattare la materia come una massa rudemente sbozzata, quasi di lava rappresa, delineando la sagoma di un corpo maschile seduto, dal torso eretto e dalle gambe piegate in avanti nell'atto di sollevarsi. Edoardo Persico, il più attento fra gli osservatori di Fontana, la valuta positivamente «il primo segno della liberazione» dell'artista dal tributo estetizzante al novecentismo, ma la ritiene comunque troppo proclive a un «primitivismo un po' ingenuo e arbitrario». Nel dicembre 1931 viene allestita la seconda mostra di Fontana al Milione: e questa volta Persico esprime un plauso incondizionato davanti a un altorilievo in gesso vivacemente dipinto in rosso e oro, dove l'uso del colore rappresenta una voluta contaminazione di linguaggi. «Né pittura, né scultura - annoterà in seguito l'autore - ma continuità dello spazio nella materia». L'oggetto dell'ammirazione di Persico, che la giudica «sconcertante» ma «un punto d'arrivo, la soluzione di una serie di ponderate esperienze svolte dall'artista per il bisogno di giungere a una forma originale» (La Casa Bella, agosto 1932) è una Vittoria alata che riprende l'esperienza primordialista de «L'uomo nero» trattando un corpo in movimento ascensionale con una gamba alzata senza badare alle proporzioni degli arti, ma anzi volutamente dissociandoli e alterandoli. È, in quella che Persico definisce «la sincerità, quasi il furore dell'ispirazione» il prodotto di un'insofferenza per l'ordine, la simmetria, l'austerità del classicismo imperante attraverso la lezione di Wildt o di Arturo Martini; un'opera possente, misteriosa nel suo indefinito amalgama di forme, che sembra voler liberarsi dal luogo in cui è trattenuta da invisibili vincoli. Ora, proprio quella scultura così innovativa era nata in seguito a un incarico conferito da Terragni all'artista: l'architetto voleva da lui infatti un'opera adatta, in versione bronzea, a ornare il tabernacolo del sacrario in cima al suo monumento ai Caduti di Erba, finalmente ultimato dopo sei anni di lavori più volte interrotti. La Vittoria, plasmata dopo alcuni bozzetti preparatori visionati da Terragni, è l'esito finale della richiesta di collaborazione, che soddisfa interamente l'architetto. Gli pare infatti che la dinamicità della composizione plastica e la sua apparente disarmonia si sposino perfettamente con l'architettura spoglia e allusiva del monumento disposto lungo il dorso di una collina. L'altorilievo di gesso si trasforma così in un'elevata piastra di bronzo e suscita molta sorpresa curiosità durante la solenne inaugurazione del monumento, nel maggio 1932. Terragni è pienamente soddisfatto e così ne scrive a Bardi: «Il primo monumento ai Caduti moderno fatto in Italia è reso prezioso da una Vittoria, altorilievo di bronzo di Lucio Fontana, che bene ha interpretato il significato dell'opera architettonica, inquadrando la sua figura in linee severissime e potenti». Il suo entusiasmo non declina con il tempo, e quattro anni più tardi ribadisce di considerare la scultura «parte importantissima, di alto significato politico, guerriero e fascista» del monumento. Ma gli erbesi, e in particolare i parenti dei Caduti e gli esponenti delle associazioni combattentistiche non la pensano allo stesso modo: quella Vittoria così poco identificabile come figura umana, sia pure in termini simbolici, non piace loro affatto. E arriva il momento in cui il podestà di allora, Alberto Airoldi, che pure si era prodigato perché la costruzione del monumento venisse portata a termine, cede alle pressioni dell'opinione pubblica che vuole togliere la scultura e sostituirla con una semplice croce di guerra, convince la soprintendenza regionale ai monumenti ad avallare l'operazione sostitutiva, ottiene il nulla osta del ministero competente e dà l'ordine di procedere, con una motivazione di comodo, «offerta di bronzo alla Patria». Durante una notte nell'estate 1936 alcuni operai provvedono a svellere l'altorilievo dalla cornice in pietra e lo trasportano provvisoriamente nel solaio del municipio, in attesa di trasferirlo altrove. Terragni s'infuria e invia a Bardi, il 5 luglio 1936, una lettera durissima, scagliandosi contro podestà e soprintendente per la «canagliata» commessa trafugando «in modo inqualificabile» la scultura. «Caro Bardi - scrive l'architetto - abbiamo il sacrosanto diritto di dire tutta la nostra ribellione davanti a gesti che oltrepassano il segno della provocazione per raggiungere i limiti dell'irresponsabilità e della perfida disconoscenza»; protesta per la meschinità «della scusa addotta» e osserva amaramente che «nessun monumento tra i bruttissimi che deturpano le piazze dei trecento comuni della provincia di Como fu toccato per togliere le goffe statue che li decorano». E conclude: «A volte hai l'idea di vivere in un mondo di fessi e in una vera favola. Vedi se puoi fare qualcosa dal punto di vista giornalistico. Io mi occuperò della via gerarchica, ma temo con poco profitto; poi potrò attaccare la linea sindacale e particolarmente il principio del diritto d'autore nelle cose di architettura e scultura?». Le proteste vennero inoltrate a più livelli. Terragni si rivolse alle autorità fasciste e al sindacato professionale, Fontana spedì un'accorata lettera ad Aldo Carpi, presidente del sindacato interprovinciale Belle Arti, «nella speranza che esso voglia e possa assumere la difesa in rapporto a questi intollerabili arbitri». A sua volta Carpi fece appello al prefetto di Como, il quale peraltro dovette constatare l'inattaccabilità dell'operato del podestà Airoldi, largamente legittimato dall'avallo ministeriale e della soprintendenza. Niente da fare, perciò. La massiccia scultura rimase per qualche mese relegata in soffitta, poi scomparve, senza lasciare traccia. Resta un dubbio. Venne veramente liquefatta per forgiare parti di imprecisati strumenti bellici o qualcuno l'ha nascosta in casa sua e ancora ne è in possesso?
La Provincia
25 Novembre 2008
✓ Entità verificate
LOMBARDIA ERBA - Giallo della Vittoria dell'artista Fontana Davvero scomparsa?
AL
Alberto Longatti
La Provincia
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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