Sposa insieme, nei modi e nell'aspetto, la Romagna del padre e la Dalmazia della mamma, l'immediatezza di questa riva dell'Adriatico, e la riflessività più ferma dell'altra; il biondo dell'Est e un tratto rubicondo nostrano. E anche nel nome e cognome Jadranka Bentini, dal 1999 soprintendente per il Patrimonio storico, artistico, e demoantropologico delle province di Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì e Rimini è come se due mondi si incontrassero e si scambiassero suggestioni e curiosità. E se il calore romagnolo poggiasse su un fondo raziocinante un po' 'tedesco'. Il personaggio è solido, ben piantato nel suo lavoro e in una passione per la vita dell'arte, e la sua difesa che ha, nel caso, due maestri come pietre miliari: «Vede dice facendo strada nel suo ufficio al primo piano del palazzo di via Belle Arti , questo, a sinistra, è ancora lo scrittoio di Cesare Gnudi, e qui, accanto alla finestra, c'è il tavolo smisuratamente ingombro di libri di Andrea Emiliani. Io, che amo il teatro, ho solo aggiunto un divano e due poltrone, e spostato qualcosa, per rendere l'ambiente giusto un po' più teatrale. E' da uomini come Emiliani e da Gnudi che ho imparato l'importanza e la dignità dei compiti della tutela». Perché ha scelto questo lavoro? «Mi appassionava la possibilità di applicare i miei studi di storia dell'arte alla difesa concreta delle opere, sul territorio». E quando ha cominciato? «Nel 1976 sono diventata ispettrice, qui a Bologna, dopo aver partecipato a numerosi lavori di catalogazione. Ma sono partita da una tesi di laurea su Michele di Matteo e il gotico a Bologna, con Francesco Arcangeli. Un altro maestro memorabile. E poi c'è stato l'insegnamento: Ferrara, quella città magica che dilata l'immaginazione, il liceo Ariosto, e Cento e poi anche un anno qui al Minghetti. Nel 1985 ho assunto la soprintendenza a Modena». Tentiamo subito un bilancio? «Trent'anni fa, quando si iniziò a parlare di Beni Culturali, anche con la nascita del Ministero, alla fine del '74,ognuno di noi ha coltivato l'utopia di valorizzare il patrimonio artistico per un mondo migliore, aperto alla conoscenza. Oggi, invece, e questo mi preoccupa, vengono messi in primo piano gli aspetti economici, anzi economicistici. E assorbire la tutela dei beni artistici in ambito economicistico è il modo migliore per avvilirla». Delusa? «No, la passione è incrollabile. Ma di sicuro c'era molto più dibattito, anche in Emilia Romagna. Poi sono venuti via via a mancare gli investimenti, il potenziamento, e si è inceppata la comunicazione tra personale 'artistico' ed 'economico'. Adesso sento molto parlare di gestione,'come una parola magica. La gestione, però, da sola non basta». Conta molto, però... «Sa che cosa conta? Avere i mezzi giusti a disposizione, e il personale adeguato. Per tenere aperto un museo, e noi ne abbiamo 4, con tutti i tesori del 'mio' Reni e dei Carracci qui in Pinacoteca... per tenere aperto un museo non basta girare la chiave della porta d'ingresso. Ma i fondi mancano, e spesso mi pare che queste soprintendenze vengano tenute ai margini». Ma oggi si restaura di più o di meno? «Quantitativamente di più, ma si pretende di ottenere la qualità migliore con la spesa minore. Sono finiti i tempi delle botteghe rinascimentali, dove si lavorava empiricamente, oggi il restauro è scienza, teoria applicata. E richiede mezzi tecnologici che non ci sono». E a formazione come stiamo? «L'Italia ha centri di eccellenza, come l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Servono altre scuole, ma a numero chiuso. Il restauro è un'operazione che riguarda pezzi unici, non seriali. E il proliferare delle facoltà di Beni Culturali, a numero aperto, non aiuta, anzi confonde le acque. Serve la selezione, invece. E poi, a monte di tutto, manca qualsiasi rapporto fra Ministero della Ricerca e Ministero per i Beni Culturali». I privati non possono aiutare? «Il loro impegno in questo campo è una caratteristica italiana, e molto positiva. Mi riferisco alle fondazioni e alle loro finalità culturali, oltre che sociali. Ma al primo posto devono sempre esserci la capacità di programmare insieme e il controllo delle soprintendenze». Com'è la salute dei beni artistici bolognesi? «Bologna ha una bellezza diffusa, non gerarchizzata, nascosta tra i portici e i cortili, senza capolavori eccelsi. Non abbiamo Giotto, perciò è importantisismo il buon governo, anche per l'arte». Ha una ricetta? «Prendo spunto dalla Pinacoteca Nazionale, il nostro museo. Bisogna che essa sappia rendersi espressiva, cioè trasmettere, a cominciare dai bolognesi stessi, il senso del pregio delle sue collezioni. Lo stesso vale per Bologna, serve una rete organica che leghi i suoi musei, come stanno facendo Venezia e Torino. Tanti fuochi sparsi non valgono un unico grande falò. Invece, qui abbiamo anche dovuto sospendere i concerti della domenica mattina in Pinacoteca, sempre per mancanza di fondi. Per fortuna, dal 2000 i visitatori sono in aumento». C'è qualche emergenza su cui intervenire a Bologna? «Una è ormai notissima, e riguarda San Salvatore, in via Volto Santo, che è in pessime condizioni. Ma di recente ho constatato in che stato pietoso si trovi, a Palazzo Fava, in confine con l'Hotel Baglioni, il cosiddetto appartamento dei Carracci. I vari passaggi di proprietà non hanno visto il pubblico agire efficacemente sui privati. Gli affreschi, specie con quest'ultimo proprietario, sono a rischio, e sto ormai valutando un intervento, prima che la situazione precipiti». E se lo dice, la signora romagnolmitteleuropea («Mia madre è un po' teutonica, e mio nonno stava dalla parte dell'impero austro-ungarico»), si può star certi che tenterà di tutto per riuscirci. Avesse un bel bianco del Reno, lo verserebbe volentieri per solennizzare l'impegno. «Ma», si scusa, «qui ho solo dell'acqua minerale».