Dalla Gioconda al Saulo di Caravaggio, dai gioielli della regina alle mummie egizie Alta tecnologia e abilità artigiana per garantire microclima, sicurezza e luce Lazienda, a Trezzano sul Naviglio, lavora per i più grandi musei del mondo A ogni opera la sua teca. Studiata nei minimi particolari, estetici, funzionali ma soprattutto climatici. Lingegneria e le leggi della scienza applicate allarte, con un tocco di alchimia per far sì che tutti gli ingredienti portino al risultato, unico e particolare. Per non parlare della sicurezza: nella Torre di Londra dove sono conservati i Gioielli della Corona, il look delle vetrine è classico e un po rétro, ma la loro struttura è a prova di bomba. Per la Gioconda, invece, è stato brevettato assieme al Politecnico un particolare sistema di controllo climatico della teca, per permettere al capolavoro di Leonardo di vivere possibilmente in eterno. «Ognuno ha le sue esigenze, il museo ci dice quali sono i problemi e noi li risolviamo. La vetrina deve essere inespugnabile da un ladro, ma apribile in un secondo in caso di incendio e facile da usare» dice Alessandro Goppion, titolare del laboratorio a Trezzano sul Naviglio che costruisce, grazie a una rete di artigiani tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, teche museali per tutto il mondo. Qui è stata realizzata anche la vetrina che ospita «La Conversione di Saulo» del Caravaggio, esposta fino al 14 dicembre a Palazzo Marino. Il laboratorio di Trezzano sta a metà strada tra una tradizionale officina e un moderno ufficio hi tech. Le due parti sono divise solo da una lunga vetrata. Da un lato gli operai, dallaltra i tecnici al computer, il cuore dellazienda, che disegnano e studiano soluzioni per le teche del museo di Walt Disney a San Francisco o per quello di antropologia di Vancouver, per il museo di arte islamica del Cairo così come per il museo diocesano di Savona. Poi le parti elaborate - e costruite dagli artigiani super specializzati nei loro laboratori, i co maker carpentieri, tagliatori, vetrai che lavorano in esclusiva per questa impresa - qui vengono montate e le vetrine sperimentate con test meccanici, illuminotecnici e microclimatici, in modo che siano perfette alla consegna. Quasi tutti veneti gli allestitori, «ragazzi meravigliosi che girano il mondo a montare le nostre cose, da New York alla Grecia, dalla Cina allEgitto» dice Goppion. 54 anni, trevigiano, lui ha iniziato seguendo le orme del padre che si occupava di exhibit design. «Negli anni ?70 ero studente in Scienze Politiche e ho cominciato questo lavoro in un periodo in cui non si parlava quasi, per le teche, di prevenzione del degrado: la vetrina era una modalità di esposizione, più che di conservazione». Oggi, invece, la conservazione è il centro del problema. «Il clima di una vetrina si definisce per il controllo dellumidità relativa e per la distribuzione dellaria in maniera omogenea - spiega Goppion - . Con il Politecnico, ascoltate le esigenze del museo committente, sperimentiamo su prototipi le prestazioni e misuriamo i livelli microclimatici. Quando abbiamo stabilito i parametri, è lartigiano che sceglie le componenti e le combina. Noi ne abbiamo uno super specializzato qui a Milano, e fa solo le componenti elettromeccaniche per il controllo climatico». E così per le mummie ci si è avvalsi anche della consulenza di un esperto di azoto, che saturasse al punto giusto le vetrine impedendo il deterioramento del reperto, mentre per il controllo climatico della Gioconda «visto che il Louvre ci ha richiesto una umidità del 55 per cento, abbiamo applicato un nostro brevetto, un sistema misto passivo-attivo, abbinando gel di silice a cellule Peltier». Ma non cè solo il clima dentro una teca: cè anche la luce, che deve illuminare senza scaldare e senza produrre lombra degli oggetti illuminati; cè la sicurezza, di cui si preferisce non parlare. E cè la continua ricerca di soluzioni per far sì, per esempio, che la porta-vetro di una teca pesante due quintali e mezzo si sposti con la lieve pressione di un dito. Grazie a cerniere a pianale che scaricano il peso, mutuate «dalla scocca delle auto. È lo stesso concetto ingegneristico, ma applicato alla struttura della vetrina».