Un supermanager esperto di hamburger a capo della rete museale italiana? Ci sta come i cavoli a merenda. Ma viene preteso dal messaggio rassicurante dei superpoteri che non appare solo nei fumetti. C'è poco da scherzare, ma la logica mi appare grottesca: siccome c'è bisogno di managerialità nei beni culturali, diamo la loro direzione a managers culturalmente incompetenti. È un po' come dire: c'è bisogno di autorità in famiglia? Mettiamo a capo di un gruppo di nuclei familiari un generale. C'è bisogno di giustizia nell'insegnamento? Allora, come preside un magistrato. Segnali di pigrizia e approssimazione che producono scelte apparentemente decisioniste grazie a forti rapporti di vicinanza e ad una comune concezione mercantile della cultura. Il modello - lo ricorda Settis nel suo intervento su La Repubblica del 19 scorso - è Abu Dhabi, negli Emirati Arabi. Vi si sono ribellati 39 conservatori del Louvre e molte migliaia di uomini di cultura. Coi soldi si compra tutto, e gli emiri ne dispongono. Leggetevi di Jean Clair Malaise dans les musées, e la sua intervista del 19 novembre nell'Unità. Vi è una corsa a dire: nessuno discute il manager, ma il fatto che non abbia competenza nei musei. La rinuncia a guardare da vicino la managerialità di Mario Resca fa perdere interessanti possibilità di analisi, e quindi di comprensione di quale ruolo - e quali pericoli - attendono i musei italiani. Non sappiamo quanto il bocconiano di chiara fama, apprezzato come manager da esponenti del Partito Democratico (un altro capitano coraggioso?), conosca quelle analisi dell'economia dei beni culturali che suggeriscono prudenza nell'equiparare i beni di mercato ai beni culturali di natura pubblica e comune, per via del "comportamento" diverso. Nell'intervista a Repubblica rilasciata qualche giorno fa ci ha colpito questo scambio di battute: Resca, lei si è mai occupato di beni culturali? «No. Io sono un frequentatore di musei. Ma se permette vuol dire poco che non mi sia occupato di beni culturali». Poco? «Non sapevo niente di ristorazione e per 12 anni ho guidato la McDonald's italiana. Non sapevo niente neanche di gioco e ora dirigo il Casinò di Campione». Il problema che si pone è da un lato curriculare - il candidato Resca non ha i requisiti, si direbbe in una commissione concorsuale per l'incarico, magari quella che avrebbe dovuto valutare le candidature come promesso dal ministro Bondi -, dall'altro più profondo dato che il McDonald della ristorazione rappresenta certamente solo un segmento, peraltro assai discusso. Un signore che scambia la ristorazione con il McDonald's può benissimo scambiare i beni culturali con le playstation. E se va male farsi uno "chemin de fer". Nel modo di "fare cassa" con i beni culturali, e nello specifico con i musei, del governo di centro destra, in questa come nella passata esperienza, ci sono i ripetuti tentativi smontare la tutela, consentire il traffico illegittimo delle opere d'arte, di condonare (vedi il recente emendamento Carlucci) i tombaroli, di tornare all'estetica reazionaria dell'antiquaria, di portare l'archeologia e il museo a spettacolo. Un'idea trasversale se ricordiamo la rutelliana gestione-spettacolo dell'invenzione Lupercale. Oggi si mira a sostituire il difficile ma solido progresso della maturazione di reti di tutela statali e dal basso con l'asservimento, alibi la professionalizzazione, a meccanismi mercantili controllati e gestiti da lobbies nazionali potenti. È una subordinazione della tutela a supposti criteri di efficienza e mercato che non vorremmo percepire nella nostra Regione, che pure ha per la prima volta cercato di fare sistema nella obsoleta e talora ridondante serie dei musei civici. I gruppi di gestione delle aree archeologiche e dei musei hanno mostrato di cogliere questo pericolo. Un conto è curare la professionalità degli addetti, riconoscendone le competenze e migliorandole con aggiornamenti di tipo manageriale (comunque non vorrei Resca neppure come docente di un corso di formazione per addetti museali), un conto è inserire corpi esterni che rispondono a esigenze lontane dalla tutela e da una corretta valorizzazione, svuotando le competenze e il lavoro di chi opera nel settore. L'idea di coordinare la rete museale va bene. Ma si proceda a un concorso su adeguate competenze professionali, dando l'incarico a direttori competenti in museologia, con l'eventuale consulenza di managers. Con i loro difetti, e sono tanti, i musei hanno ancora profumo di cultura: cerchiamo di mantenerlo ed eventualmente raffinarlo, per non sentire, passando vicino ad essi, lo sgradevole odore di olio esausto di certi fast-food.