Las Vegas, Nevada, Stati Uniti dAmerica, patria del sano fast-food. Allangolo tra Fremont Street and Fourth Street cè il glorioso Neon Museum, il luogo in cui si può ripercorrere la storia delle insegne luminose a stelle e strisce attraverso un attento ed illuminato - appunto - lavoro di raccolta e catalogazione. Ed è proprio qui che si può ammirare la quasi monumentale insegna-simbolo degli opulenti e ipercalorici States ma anche del nostro Occidente: la M, adiposa e giallastra come una patatina fritta, di McDonalds torreggia sulla gloriosa insegna rossa con scritta annessa. Così, negli States Mc Donalds, fa arte. Come opera al neon. IN ITALIA la situazione è un tantino più complessa, e se ne sono accorti anche negli Usa dopo la recente nomina dellex numero uno di McDonalds Italia, Mario Resca, a capo dei musei e dei siti rcheologici. Nomina (diretta peraltro) voluta dal ministro per la Cultura Sandro Bondi e criticata in un ironico (pure troppo) articolo nientemeno che del NewYork Times dallappetitoso titolo: "I Cheeseburger scatenano una polemica nel dibattito italiano sui musei. Non sono piaciute ai colleghi del NewYorTimes alcune delle idee di Resca, come ad esempio la proposta di utilizzare il Colosseo come set cinematografico, o anche il sito archeologico di Pompei perché renderebbe «il messaggio culturale più comprensibile a tutti». Anche a chi invece del pranzo al sacco e visita al museo opta da sempre per un big mac menu seguito da un ritiro spirituale in sala giochi. «I cheeeburgers scatenano una polemica nel dibattito italiano sui musei», scrive il quotidiano americano che maliziosamente parla di «fast-food culture». Ecco, ci siamo. Con queste parole è come se lautore dellarticolo ci stesse dicendo: qui in America abbiamo effettivamente la cultura del fast food ma riguarda solo panini, carne e un po di salsa, e al limite unopera (darte?) al Museo del Neon di Las Vegas. Il Belpaese non può che incassare, e magari riflettere, sorseggiando una bevanda gassata, su quanto è fast ma anche molto furiousla delicata metafora incrociata che il New York Times utilizza per informare i suoi lettori sulla nomina del vituperato supermanager Resca: il binomio tra un «McCaravaggio e una coca medium». Insomma, agli occhi degli States la cultura del fast food alias il fast food della cultura labbiamo sposato anche noi italiani, i quali, scrive sempre il New York Times, «si vantano sempre di avere il patrimonio culturale più ricco del mondo anche se lamentano eternamente di non aver abbastanza soldi per gestirlo. Resca (...) - affonda senza pietà il quotidiano non ha alcuna esperienza nella gestione dei beni culturali». Sfruttamento del patrimonio culturale anziché sua salvaguardia, spiega il NYT. Mentre il Guardian più garbatamente ricorda «i tagli decisi dal governo Berlusconi, 922 milioni di euro in meno dal budget destinato alla cultura nei prossimi tre anni». Col fast food la cultura italiana dimagrisce, incredibile...