Venezia città della memoria, magari prendendo appunti e lasciando, a torto o a ragione, un segno di sé. Fa discutere l'ultimo «sfregio» al ponte di Calatrava, un'arabesco di vernice bianca inciso in questi giorni da un ignoto graffitista su una delle «costole» verniciate di rosso dell'opera del famoso architetto catalano. C'è chi grida allo scandalo come se si fosse violato un sacrario, senza dimenticare che un ponte non è una scultura o un dipinto d'epoca, ma una moderna struttura architettonica - magari di grandissimo pregio - fatta, inevitabilmente, per essere «consumata» in base alla sua funzione e, dunque, anche soggetta ai rischi della scritta-ricordo, certamente di dubbio gusto. Un souvenir che in molti - anche se a Venezia, in fondo, meno che altrove, per il timore che la città storica incute - vogliono lasciare. Ne fanno testimonianza i graffiti degli innamorati incisi sulle colonne dell'area marciana e per questo da circa un anno protette, per iniziativa di Comune e Soprintendenza, da una pellicola che permetterà di rimuoverle con facilità. Ma è sul concetto di graffito che bisogna intendersi, perché anch'essi fanno parte della storia della città e se i nostri predecessori li avessero cancellati tutti, non avremmo, oggi, testimonianze preziose di un'arte popolare e dalle forti connotazioni sociali. Come, ad esempio, la raffinata incisione che mani ignote hanno lasciato sugli stipiti del portone della Scuola di San Marco, con il disegno di una nave a tre alberi, probabilmente una «cocca» da trasporto dell'epoca d'oro della Serenissima. Nessuno, oggi, si sognerebbe di rimuoverla. Basti pensare alle vibranti polemiche da parte di storici e uomini di cultura veneziani sollevate diversi anni fa quando, proprio la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Venezia, procedendo alla pulitura di parte della facciata e del portale principale, fece inavvertitamente «pulire» anche un altro, magnifico graffito di veliero, diventato poi pressoché invisibile. E che dire del frammento di colonna di marmo greco, parte di un tempio pagano, spuntato dallo scavo archeologico condotto una decina d'anni durante il restauro del teatro Malibran? Una colonna su cui un ignoto cristiano ha successivamente inciso, come un polemico graffitista ante litteram deciso a propagandare il suo credo, il monogramma costantiniano e un'iscrizione latina, oggi consunta: DO N REX IESUS NAZARENUS, ovvero, «Il nostro signore re è Gesù di Nazareth». Uno straordinario reperto che nessuno allora, e a maggior ragione oggi, riterrebbe mai di dover cancellare. Qual è allora il criterio in base al quale un graffito o una scritta non sono più un «atto di vandalismo» da stigmatizzare, ma diventano invece una manifestazione di cultura, magari popolare, da tollerare e in qualche modo affidare al giudizio della storia? Una risposta definitiva - al di là del proliferare di «writers» e graffitisti - non la possiede, forse, nessuno, ma è certo che prima di condannare all'abominio un graffito, come l'arabesco del ponte di Calatrava, bisognerebbe forse fermarsi almeno un momento a cercare di afferrarne il significato. CELESTIA. Nella zona in area demaniale, saranno realizzati una settantina di nuovi alloggi, poi affittati a canone calmierato ai residenti di medio reddito.