Con il suo intervento di inizio settimana sulle "fisime" vincolistiche dei soprintendenti, che sarebbero di ostacolo alle politiche del fare, Vincenzo De Luca ha aperto una polemica su un tema di grande delicatezza, che va oltre i confini di Salerno e della Campania, nonché della stessa cronaca del giorno. Lo ha fatto con la consueta ruvidezza, riuscendo, così, a portare la discussione su un acre piano polemico, che non giova a chiarire i termini culturali di una faccenda per sua natura complessa. In essa gioca, più che il rozzo saper fare, tanto di moda, il sapere nel senso classico della parola. Gli interpreti delle norme che regolano i beni culturali, paesaggistici e architettonici sono spesso condizionati dalla mentalità dell'antiquaria, ma è con essi e con chiunque ha competenze specifiche che bisogna fare i conti, sapendo in partenza che il debito contratto con questi servitori dello Stato è grande: la loro visione, a volte ossessiva, dei resti del passato ha contribuito non poco a salvarci dai barbari. Nel momento stesso, nel tardo Settecento, in cui emerse l'idea di bene culturale si aprì una discussione tra i puri conservatori di ogni reperto del passato e quelli che immaginavano continui cambiamenti di paesaggi e di città capaci di coinvolgere in maniera viva e non ridotta a museo il proprio passato. In una celebre pagina di Italo Calvino si descrive una città metaforicamente scomparsa, Zara, in quanto eternamente uguale a se stessa. Le città sono corpi vivi, che hanno bisogno di continue trasformazioni, ma anche di conservare nella loro stessa configurazione, il passato, quello che lascia a bocca aperta, ma anche quello che è pura testimonianza. È vero che il brutto non è una prerogativa del nostro tempo: ce ne era anche nel Medioevo. Ma quelle pietre sono, oggi, uniche, ognuna è un pezzo irripetibile della memoria. La questione, che in altre parti d'Europa è stata risolta magistralmente, grazie all'altissima cultura e spiritualità dei disprezzati "adepti" del disinteressato sapere, cozza contro inestricabili incomprensioni. La storia, se intesa come meccanica memoria, è, effettivamente, dannosa. Se ci aiuta a non farci smarrire in un eterno presente, dandoci le coordinate del tempo è utile, sebbene non nel triviale senso corrente della parola. Per ragioni che non sono state ufficialmente chiarite, non peraltro ha avuto ancora un esito operativo neppure il «Protocollo di intesa» (siglato il 20 settembre 2007) dal Comune, dall'Arcidiocesi di Napoli, dalla Regione Campania e dal ministero per i Beni Culturali per dare avvio a un grande disegno di valorizzazione del tessuto storico degradato. Entro un anno da quella firma (vale a dire entro il 20 settembre ultimo scorso) si sarebbe dovuto varare una cabina di regia ed un programma attuativo - supportato da risorse pubbliche (non ingenti, ma pur tuttavia significative) - per «il rafforzamento del ruolo di Civitas Studiorum» del cuore antico della città, ruolo da intendere «come motore di rinascita culturale e di rinnovamento sociale legato alla presenza dei giovani». Non potendo avere risposte esplicite su tale ritardo dalle riservate stanze di Palazzo San Giacomo, si può provare a visitare la bella mostra sui Dinosauri allestita alla Città della Scienza. L'immobilità è forse solo apparente. A ben vedere la stasi deriva dai veti incrociati delle contrastanti energie profuse da famelici tirannosauri che, come ha intuito l'artista Luis Rey, vivano ancora tra di noi. I paleontologi (esperti della prima repubblica) sanno bene che gli appetiti professionali di tali dinosauri sono incontenibili, al pari dei disastri che hanno recato ogni qual volta sono riusciti ad addentare un boccone. Fuor di metafora, che si possa valorizzare il centro storico facendo leva sulla naturale vocazione del luogo ad essere una cittadella degli studi è un'idea ovvia come l'uovo di Colombo. Sta di fatto che già convergono nell'area Unesco le sedi di cinque atenei, nonché di numerosi istituti di ricerca, di musei, di teatri, di laboratori di artigianato artistico, di gallerie d'arte pubbliche e private. La carenza di residenze per gli studenti fuori sede e di foresterie per docenti stranieri alimenta nei fatti il mercato nero del subaffitto di stanze a prezzi da strozzinaggio. Sarebbe sufficiente una governace di tali potenzialità, per debellare il sommerso facendo affiorare alla luce del sole una florida economia civile. Non è necessario il piccone demolitore. Anzi. Basterebbe un rigoroso restauro dell'esistente abbinato ad una sapiente nuova destinazione d'uso dei monumenti abbandonati o sottoutilizzati. Così come va scongiurata l'ipotesi di un ricambio sociale, garantendo al contrario la permanenza agli attuali residenti che potrebbero trarre notevoli benefici da una rivalutazione ambientale atta ad attrarre ulteriormente il turismo. La seduzione del tessuto storico sta anche nei colori dell'ambiente e nell'anima della comunità che lo abita. Fin qui un rapido accenno a proposte più volte e da più parti formulate. Resta solo da chiedersi quando tempo ancora dovremo attendere prima che da un libero e franco confronto democratico scaturiscano decisioni attuative. Benedetto Gravagnuolo