Pompei è un set magnifico per film in costume da antichi romani (meglio se televisivi così da poter spezzettare in lunghe serie). Ma anche il Colosseo che dorme alla fine di via dei Fori Imperiali senza fruttare granché, se si esclude qualche biglietto pagato da milioni di visitatori stranieri e non. Location da fare invidia a tutto il mondo, molto telegeniche. Solo che sono vecchie, sporche e degradate. Ciak, il supermanager gira. E se «gli» gira, potrà anche, svegliarsi una mattina e decidere che una mostra su Caravaggio non ha alcun valore scientifico. Troppo scuri e deprimenti quei quadri. Non stimolano il consumatore a passare al bookshop per i gadget (può mai esistere qualcuno che desideri attaccarsi in salone il poster con la testa decapitata di Oloferne?). Se Resca e il suo team crederanno opportuno non approvarla né finanziarla, allora quella esposizione non si farà. Perché i poteri li avrà lui, con tanto di sovranità assoluta in materia di beni culturali. Mario Resca, «supermanager» alla guida della catena di McDonald's e poi del Casinò di Campione, sarà l'ad, l'amministratore delegato a statue, reperti, opere contemporanee, video. Carta bianca, alla faccia della tutela e delle soprintendenze guidate da tecnici espertissimi (e Resca non fa mistero di non destreggiarsi per niente bene fra archeologia, arte moderna e paesaggio). La carta bianca gliel'ha consegnata, insieme a tutto il patrimonio italiano, chiavi in mano, il ministro Bondi. E se Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa e presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, pensa che quel «maestro unico» sia sbagliato, che si dimetta. «Non vuole comprendere che proprio un manager come Resca può trasferire nel mondo dei beni culturali gli ottimi risultati conseguiti nelle aziende», dice Franco Asciutti, Commissione cultura Pdl. Ma di fronte all'allarmante situazione che si va prospettando il mondo dell'arte - docenti, curatori di musei, soprintendenti, direttori di istituzioni straniere altisonanti, restauratori - ha scelto la mobilitazione al silenzio. E ha mandato in email e in rete un appello (accolto sul sito dell'Associazione Bianchi Bandinelli). L'appello può contare già su più di mille e cento firme. La chiusura delle adesioni è per il 26 novembre, poi l'appello seguirà il suo iter. Una lotta contro il tempo per tentare di bloccare lo scempio ed arrivare a un tavolo per una modifica della riforma. Se coniugare la figura di Resca alle patatine e agli hamburger è un giochetto mediatico molto facile, il problema, dicono i promotori, in primis Silvia Ginzburg, docente di arte moderna presso l'università di RomaTre, è un altro e ben più profondo. La ferita che si viene ad aprire con il supermanager non è risanabile. Apre voragini non solo sul territorio nazionale che viene depredato e pauperizzato da una politica di cassa, ma crea un «buco» anche nella rete dei rapporti con l'estero e rischia di recidere relazioni scientifiche (ed economiche) che hanno una consuetudine decennale con i più importanti musei del mondo. «Non si sta difendendo l'arte in senso astratto, ma è necessario lavorare alla rovescia, rafforzando il legame delle opere con il loro territorio. Lo sradicamento non è una valorizzazione», spiega Ginzburg. E continua: «Resca poteva avere anche un mestiere più pertinente, ma è sbagliato affidare la gestione del patrimonio nelle mani di uno solo. Sarebbe stato un errore anche se fosse redivivo uno studioso come Longhi...». C'è una cosa molto semplice da capire: il patrimonio è un tesoro dell'umanità. I firmatari dell'appello l'hanno capito bene. Per questo vi hanno aderito personaggi come Michel Laclotte, direttore onorario dei Louvre o Keith Christiansen, Curator of European Paintings al Metropolitan di New York. Un supermanager con poteri assoluti che gestirà il patrimonio con il suo team-lobby. Un dato allarmante che ha convinto storici dell'arte e direttori di musei a prendere carta e penna.