Tutti sentiamo un vago senso di vergogna quando si parla di affittare le opere d'arte che fanno parte dei nostro patrimonio e della nostra identità nazionale. Perché questo disagio? Probabilmente perché sentiamo vergogna che un Paese collocato tra gli otto più ricchi del mondo non sia capace di mantenere il proprio patrimonio artistico e sia costretto a «prostituire» la propria Bellezza. Di sfruttare e far rendere i nostri beni si parla anche a proposito del supermanager dei musei, nonostante la palese incostituzionalità del voler considerare come merce il patrimonio artistico. Infatti l'art. 9 della Costituzione («La repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione») è collocato tra i principi fondamentali, a dimostrazione che il paesaggio e il patrimonio artistico formano l'inviolabile identità del Paese. Ma vorremmo aggiungere altre ragioni al perché non si devono affittare le opere d'arte appartenenti al patrimonio pubblico: 1) perché allontanando i capolavori dai nostri musei scontenteremmo i turisti (che valgono ogni anno 10 miliardi di euro), i visitatori e i donatori; 2) perché i denari che otterremmo sarebbero poco più di un'elemosina, come dimostra il caso del Louvre e dello sceicco di Abu Dhabi (a conti fatti, un affitto annuale per ogni opera di 75mila euro lordi); 3) perché, a nostra volta, non avremo più prestiti gratuiti dall'estero e dall'interno per le nostre mostre, cosa che metterebbe sempre più in conflitto le mostre con i musei; 4) perché quando l'etica è accantonata in favore del profitto, sarà il prezzo e non il valore a governare l'offerta culturale; 5) perché se le opere d'arte venissero equiparate a merce, i musei perderebbero agli occhi del pubblico il loro status simbolico di contenitore di valori non mercantili, non scambiabili, necessari alla conoscenza della storia umana.