Il primo è stato assessore a Milano col centrodestra, il secondo ha curato la Biennale di Venezia con Francesco Rutelli al ministero dei Beni culturali. Il primo più volte ha denunciato gli eccessi privi di senso del contemporaneo. Il secondo alla celebrazione dellarte contemporanea ha dedicato il suo ultimo libro, Lo potevo fare anche io. Perché larte contemporanea è davvero arte (Mondadori). Insomma, Vittorio Sgarbi e Francesco Bonami non potrebbero essere più diversi, sia per posizioni politiche che per opinioni in materia di capolavori. Eppure entrambi hanno preferito non unirsi al coro di critiche che si è levato nei giorni scorsi (dalle pagine di Repubblica, da Francesco Rutelli e dal Consiglio superiore dei Beni Culturali presieduto da Salvatore Settis e ogni giorno la lista si allunga) contro Mario Resca, il supermanager nominato dal ministro Sandro Bondi alla guida dei musei italiani. «Credo che la nomina di Resca sia positiva», spiega Sgarbi, «per le funzioni che deve svolgere, sperando che non trovi difficoltà nel rapportarsi alla struttura del ministero. Lo conosco da anni, ho collaborato con lui a Campione, in più abbiamo un legame di origini perché è di Ferrara come me. Poiché è estraneo alla materia, credo che potrà affrontare meglio il funzionamento dei musei, con scelte culturali che potranno essere condivise da un comitato scientifico di cui si parlerà nei prossimi giorni». Secondo lex assessore milanese Resca dovrà «vedere dove si trovano le sacche di inefficienza e retorica e risolvere una serie di questioni di natura pratica». Chi va a visitare i musei deve essere agevolato anche «nel trovare cessi puliti, un ristorante, una caffetteria. Ai nostri musei non mancano certo i bei quadri né i bravi restauratori né, in alcuni casi, buoni allestimenti. Però occorre uno che faccia i conti, che gestisca lorganizzazione di questi aspetti: non è la scienza che difetta, ma lorganizzazione. E aggiungo: lattuale direttore generale dei Beni artistici, Roberto Cecchi, mio amico, è un ingegnere o un architetto, però si occupa anche di arte, dirige il suo settore e questo non ha turbato nessuno. Insomma, Resca può agire bene senza retorica e senza sottoporsi al ricatto dei pregiudizi culturali». Da parte sua, Francesco Bonami ammette: «Non posso avere un parere negativo sulla nomina di Resca, non lo conosco. Comunque non ho nulla in contrario a un manager. A patto che non voglia adattare la cultura alla strategia del marketing, ma faccia il contrario. In America, dove lavoro (al Museo darte contemporanea di Chicago, ndr), i direttori dei musei elaborano dei programmi sui quali lavorano i dipartimenti di comunicazione e marketing». Per lex curatore del padiglione italiano alla Biennale, il manager dovrebbe per prima cosa «dare stipendi simili al suo ai direttori dei musei italiani. E con gli stipendi, anche una responsabilità, magari con contratti a termine legati ai risultati. Philippe de Montebello è rimasto in carica trentanni al Metropolitan di New York, ma perché faceva bene, non aveva il posto garantito. In Italia invece il direttore degli Uffizi guadagna 2300 euro al mese. Sa che potrà restare lì fino a fine camera, però non ha un vero incentivo a rendere funzionale il museo perché è penalizzato dal punto di vista economico». Secondo Bonami bisognerebbe invece andarci cauti sul prestito di opere darte sullesempio del Louvre e dei musei americani che hanno intemazionalizzato ad Abu Dhabi. «In quel caso si portavano le opere in un luogo che era una tabula rasa dal punto di vista culturale e aveva immensa disponibilità di risorse. In più, i sistemi museali di Usa e Francia sono molto efficienti». In Italia non è così. Quindi il primo obiettivo dovrebbe essere proprio lefficienza. «I guardiani nella toilette e i bookshop vanno benissimo», dice, «ma bisogna partire da altri elementi. Per esempio, per rimanere sugli Uffizi, iniziare dalla fila enorme. Se resto ore in coda, al museo vado una volta e poi non tomo più. Al Louvre la coda non si fa quasi mai. Per il nostro patrimonio ci vogliono investimenti e non solo spese. Non bisogna scommettere, ma investire, prima di esportarlo. Capisco che ci sono tagli dappertutto, ma ci sono anche malfunzionalità, soldi mal spesi. I musei - come accade allestero possono quanto meno andare in pari, non devono essere solo un debito. La figura del manager funziona se questo è disposto ad ascoltare chi è competente. Io ho lavorato alla Biennale con Franco Bernabé, che sapeva di non sapere, ha ascoltato e il lavoro è andato benissimo. Con altri manager non è successo. Bisogna che sia disposto ad accettare i diversi campi culturali». Altre indicazioni vengono da Sgarbi, in particolare sul Cenacolo di Leonardo e lAccademia di Brera a Milano. «Per una retorica inaudita e un eccesso di contingentamento, al Cenacolo possono entrare solo 25 visitatori alla volta. Va fatta una valutazione per dimostrare, come credo, che ne possano entrare fino a 40. Lobiettivo potrebbe essere aumentare i visitatori da 300 mila a 500 mila allanno. Brera invece è divisa fra il suk degli studenti al piano terra e i piani alti che sembrano ununiversità délite. Va trovato un giusto bilanciamento per agevolare le visite. Sono idee che un manager può concretizzare».