Insomma, Mario Resca, nuovo supermanager con l'incarico di razionalizzare e rendere produttiva la gestione dei Beni culturali, alla sinistra non piace proprio. Da una settimana circa, dopo la nomina di Bondi, non passa giorno senza attacco: non è un esperto d'arte, è un bocconiano e non uno studioso, è un bravo amministratore ma questo non è il suo settore. E poi: la cultura non è un'azienda, niente tagli, semmai lo Stato faccia un sacrificio e versi il solito obolo. Ieri il Consiglio superiore dei Beni culturali, per bocca di Salvatore Settis, ha chiesto al ministro di tornare sui suoi passi. Del resto, avrebbe espresso parere negativo su chiunque, per motivazioni tecniche. Una litania molto simile a quella intonata contro i provvedimenti del governo relativi a scuola e università: no al cambiamento. Eppure Resca non si è ancora insediato e nemmeno sono stati stabiliti qualità e confini dei suoi poteri. Visto che nessuno, fra i detrattori, mette in dubbio le doti professionali di Resca, perché cotanta incazzatura preventiva? Vediamo. Francesco Rutelli, ex ministro dei Beni culturali è andato giù pesante, «con tono garbato» come riporta Repubblica perché i democratici sono sempre pacati e sereni. «Resca è sommamente incompetente», ha detto. E quasi tutti hanno pensato, in modo pacato e sereno: si potrebbe dire la stessa cosa di Rutelli. Quindi, per far capire quanto se ne intenda, l'ex ministro ha tirato fuori un'idea da vero esperto, roba da fare impallidire Roberto Longhi e Cesare Brandi in un colpo solo: «Resca ha paragonato questo patrimonio a una miniera di petrolio a costo zero. Ma il nostro patrimonio ha bisogno non di essere estratto ma conservato e valorizzato». Capito? Il patrimonio non va «estratto», è sbagliato, il patrimonio non è sottoterra, è già in superficie, che dice Resca, cosa c'entra la miniera, non c'è bisogno di scavare. A Rutelli non ne sfugge una, in materia sa il fatto suo: «conservare» e «valorizzare», ecco la proposta che spiazza per la sua estrema precisione. Altrettanto vago lo scrittore Vincenzo Cerami, ministro ombra dei Beni culturali dell'esecutivo ombra varato dall'opposizione ombra. A lui l'idea del supermanager non dispiace, anche se non è sicuro. Però avrebbe voluto un concorso internazionale, anche per «sprovincializzare» questo Paese provincialotto. Nel merito però nemmeno l'ombra di una proposta. Sarebbe stupido attribuire le performance non eccezionali, per usare un eufemismo, dei nostri musei a chi ha governato poco come Rutelli. Però i fatti significano qualcosa e quindi Partito democratico e stampa amica pena ricordarli in breve. Nessuna delle nostre istituzioni figura fra le dieci più visitate l'anno scorso nel mondo. La mostra che si è piazzata meglio sta all'86 posto, nelle prime 150 ce ne sono solo altre due (104 e 124). In cima alla classifica c'è un'esposizione su Leonardo. Ma l'hanno allestita a Tokyo. Lo stato disastroso delle zone archeologiche (Pompei ed Ercolano soprattutto) è cosa nota a chiunque le abbia visitate negli ultimi tempi. Possibile esista qualcuno contento dello status quo? Possibile: alla sinistra piace così. Poi c'è la "grave" questione dei panini americani. Tra i peccati di Mario Resca è forse il peggiore: ha amministrato McDonald's Italia per anni. Scontate le quotidiane battute dei giornali: la destra vuole il fast-food della cultura, apriranno i McMusei, confondono hamburger e Caravaggio. A sinistra, si sa, amano lo slow food, sono tutti sommelier, molti hanno anche la cantinetta climatizzata dove far riposare le bottiglie, gustano raffinati orologi di formaggi con miele e succulente marmellate, frequentano trattorie tipiche dove si fanno le cose come una volta, tranne il conto allineato sui prezzi attuali, oppure corrono a farsi pelare dai cuochi della cucina creativa. La sinistra sa stare al mondo, non c'è dubbio, e quindi prova un odio innato per cheeseburger, patatine e Coca Cola. Comprensibile (si fa per dire) lo sgomento di molti commentatori: un paninaro ai musei? Orrore. Meno comprensibile ci sia addirittura una interrogazione Parlamentare sulla questione. Il ministro Sandro Bondi dovrà rispondere all'interessante" quesito posto da Vincenzo Vita, senatore del Partito democratico: quali motivazioni «hanno portato a indicare alla guida della Direzione generale per i Musei un manager della Me Donald's?». Chissà che inquietante mistero c'è sotto... Nel caso vi faremo sapere. Al centrosinistra, a parte i BigMac, non vanno giù un paio di cose. Non riesce ad accettare che il centrodestra abbia una politica culturale (che valuteremo alla scadenza dell'esecutivo) per fortuna alternativa, o complementare, ai finanziamenti pubblici invocati come al solito dal pacato Rutelli. Ma di quali finanziamenti sta parlando? Soldi non ce ne sono, da noi come all'estero, E quando c'erano sono stati usati male, almeno a giudicare dai risultati. Perché rifiutare a priori l'idea che i Beni culturali possano attirare capitali e produrre ricchezza, attraverso strumenti come la Fondazione, già sperimentata al Museo Egizio di Torino, o col supporto delle Fondazioni bancarie (come ha annunciato ieri Bondi) o ancora facendo viaggiare le nostre opere all'estero? L'altro boccone è ancora più indigesto. Spira un'aria di rinnovamento anche ai vertici di musei e fra i curatori del Padiglione italiano della prossima Biennale (è stato nominato il nostro Luca Beatrice insieme con Beatrice Buscaroli). A qualcuno, abituato a considerare la cultura come il proprio orticello in cui invitare e far divertire gli amici, tutto questo causa il mal di pancia. Gli argomenti, portati avanti ad esempio nelle pagine culturali di Repubblica, non sono entusiasmanti. La logica è più o meno questa: non ti piacciono - poniamo - l'Arte povera o la Transavanguardia che a noi invece piacciono tanto? Bene allora non capisci una mazza, odi il contemporaneo e sei un po' ignorante. Che esista un mondo diverso da quello a cui sono abituati, ma non per questo peggiore e sfigato, non passa loro neppure per l'anticamera del cervello.