A chi crede, come il ministro dei beni culturali Bondi, che l'arte si salva facendone smercio, magari in vetrine scintillanti, converrebbe meditare su La crisi dei musei: è un pamphlet di un centinaio di pagine a firma di Jean Clair edito ora da Skira. Il quale Jean Clair, nome d'arte per Gerard Régnier, è storico dell'arte francese, ha diretto la Biennale di Venezia nel '95 e il Museo Picasso dall'89 al 2005, ha scritto libri, curato mostre ed è un «conservatore» dichiarato a tutti gli effetti: ha questo incarico per il patrimonio artistico francese e lo è nel modo di pensare. E ha scritto questo libro perché sente l'arte, cioè la nostra civiltà, oltraggiata. Non da dei rivoluzionari. Piuttosto dai messaggeri del mercato e della mercanzia, dai manager insediati nei gangli nervosi della cultura. E, ribadiamo, non è un barricadero né un Savonarola. Sostiene lo studioso: le gallerie d'arte pubbliche sono state finora simboli di democrazia, luoghi del sapere, il mercantilismo invece riduce tutto a quattrini, visibilità sui media, successo di numeri. Pertanto, insiste, è un'autentica deriva etica sia il considerare le collezioni pubbliche un «marchio» da esportare, sia "affittare" opere d'arte. Come peraltro auspicato di recente dal nostro esimio ministro. Il trampolino su cui Clair sale per tuffarsi nella polemica è il progetto di una succursale del Louvre ad Abu Dhabi: nella neocittà ipermoderna negli Emirati Arabi il museo parigino dal 2012 avrà una dependance con quadri e sculture prestati a rotazione e a pagamento. Clair sferza con il nerbo delle parole. Ricorre a peccati come la «simonia» (quando si paga per avere qualcosa di sacro o spirituale) e l'accidia, contesta le società private che somministrano «avvenimenti pseudo-culturali a prezzi esorbitanti ad amministrazioni comunali ingenue o a istituzioni avide» (e presumibilmente allude a un'esposizione kolossal a cura dell'organizzatore Goldin che il Louvre doveva piazzare a Verona); lo disgusta vedere «uomini di marketing» in luoghi di responsabilità culturale al posto di studiosi o etnologi (preveggente: Bondi ha scelto pochi giorni fa un manager già di MacDonald's alla testa dei musei). Eppure, rammenta, anche le sirene del mercato trionfante hanno preso sonori schiaffi. Come attesta il fallimento del modello multinazionale della Fondazione Guggenheim voluto da Thomas Krens, il manager che ha aperto o voleva aprire filiali in mezzo mondo con spese folli, creando una sorta di arte in «franchising» come la moda, e che mesi fa è stato cacciato dai suoi finanziatori... Clair, uomo dal pensiero di cui bisogna tener conto, ha le sue idiosincrasie. Non digerisce molte esuberanze degli artisti d'oggi, né i musei strapieni «di massa», nell'affascinante piramide di vetro di Pei al Louvre vede una vetrina commerciale acchiappa-turisti, soffre perché non abbiamo più «fede» nel potere delle immagini. Ma resta figlio della Rivoluzione francese, per lui i musei servono all'educazione politica morale e artistica dei cittadini. Perciò si lacera: i commercianti non si sono solo insediati nel tempio, lo hanno preso e non hanno remore ad «affittare» ciò che per natura etica non dovrebbe essere oggetto di commercio. In altre parole: affittereste un crocifisso di una chiesa? »
II tradimento dell'arte per il conservatore Clair: dare i musei ai mercanti
Il ministro dei beni culturali Bondi ha espresso un'opinione secondo la quale l'arte si salva facendone smercio. Questo ha sollevato le critiche di Jean Clair, storico dell'arte francese e ex direttore del Museo Picasso, che ha scritto un pamphlet intitolato "La crisi dei musei". Clair sostiene che il mercantilismo e il commercio dell'arte stanno riducendo i musei a semplici luoghi di visibilità e successo di numeri, piuttosto che di educazione politica morale e artistica. Egli critica le società private che somministrano avvenimenti pseudo-culturali a prezzi esorbitanti e le istituzioni che acquistano opere d'arte senza considerare la loro etica.
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