Centralismo, burocrazia, privatizzazioni: parole d'ordine che ingombrano una strada senza uscita nella quale rischia di incamminarsi l'amministrazione statale dei beni culturali, su cui grava da alcuni giorni la ferale notizia della nomina di un super manager con poteri assoluti, Mario Resca, alla guida della nuova direzione dei musei. Usando l'inequivocabile immagine di un cartello stradale che indica un evidente pericolo, l'Associazione Bianchi Bandinelli ha chiamato a raccolta gli stati generali del settore cogliendo l'occasione della giornata di confronto su Conoscenza, tutela e valorizzazione a sessantanni dall'entrata in vigore della Costituzione. Nel 1948 i padri costituenti (in particolare Concetto Marchesi e Emilio Lusso), fecero in modo che i principii fondamentali della Magna Carta sancissero in maniera univoca e unitaria il compito fondamentale della Repubblica italiana di promuovere lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e di tutelare il paesaggio e il patrimonio storico artistico della nazione. Il lessico fortemente innovativo dell'articolo 9 della Costituzione, nell'introdurre «parole nuove» come patrimonio storico e tutela, discendeva da decenni di serrata elaborazione culturale sui temi della salvaguardia e della conservazione della nostra straordinaria eredità collettiva, uno dei principali strumenti identitari del paese. Una stagione speciale, nonostante fossero bui anni di regime, che aveva prodotto, nel settore dell'amministrazione delle belle arti e del «paesaggio», leggi illuminate e scelte operative lungimiranti, come l'istituzione dell'Istituto centrale del restauro e dell'Ufficio per l'arte contemporanea, antesignano dell'attuale direzione Parc. Oggi invece i segnali sono allarmanti e il destino del nostro patrimonio non appare più né univoco né unitario, perché anzi si parla di frammentazione e devoluzione. La legge finanziaria ha previsto enormi tagli, un miliardo in tre anni, che metteranno in ginocchio l'amministrazione. Non solo, le strutture ministeriali che hanno il compito, affidato dalla Costituzione, di curare questo delicato settore sono depotenziate e ridotte al lumicino: manca il personale, non c'è formazione, i concorsi si bloccano: non ci sono assunzioni e intanto i funzionari esperti vanno in pensione. La nuova riforma, presentata martedì 11 dal ministro Bondi, la sesta in dieci anni, rischia di dare il colpo di grazia, eliminando strutture e competenze (ad esempio la direzione Pare) e introducendo nuovi uffici inventati ex novo, come, appunto, la «Direzione generale per i musei, le gallerie e la valorizzazione». E, ciliegi-na sulla torta, questa direzione sarà affidata a un super manager esterno. Il ministro Bondi lo ha subito trovato, nonostante avesse promesso un concorso intemazionale: è Mario Resca, per dodici anni alla testa di McDonald's Italia e adesso alla direzione del Casinò di Campione d'Italia. Sembra uno scherzo, ma non lo è. La notizia è esplosa come una bomba, ma la miccia era lunga. Sono mesi infatti che Bondi fa riferimento alla ricetta del marketing, alla panacea del rendimento economico dei beni culturali: i perigliosi luoghi comuni dei giacimenti culturali e delle ben note mirabilie. Tra le prime dichiarazioni del futuro direttore Resca, esperto di profitti con gli hamburger e per ora consulente alle politiche museali, ci sono richiami alla messa a reddito dei musei, considerati una miniera di petrolio «a costo zero» e al modello del Louvre che affitta le sue opere agli emirati arabi. Anche noi porteremo i nostri dipinti e i reperti archeologici a Dubai? Opere preziose in tournée svuotando i depositi dei musei e affittando tutto al miglior offerente o addirittura, un giorno non troppo lontano, vendere l'intero «tesoro»? Si sente aria di dismissione, di smantellamento, di esplicito attacco al nostro sistema della tutela, il migliore che ci sia al mondo. Ma, per una volta, come davanti all'attacco alla scuola, il passa parola funziona. C'è bisogno di confrontarsi e non solo tra «esperti». Il grido d'allarme della Bianchi Bandinelli è stato raccolto da un impressionante numero di storici dell'arte, archeologi, architetti, archivisti, bibliotecari: i professionisti della tutela e della conoscenza del nostro patrimonio storico accorrono da tutta Italia e affollano la grande sala dello Stenditoio del Complesso monumentale di San Michele a Ripa, sede operativa del Ministero per i beni e le attività culturali in dismissione. È il primo appuntamento, e la giornata si dipana seguendo il programma già previsto, ricco di contributi tecnici e scientifici sui temi della tutela, della gestione e della valorizzazione, azioni che non possono essere separate e scisse dalla preliminare conoscenza. Circola un appello della comunità scientifica intemazionale in cui si dice, tra l'altro, che un'eredità unica e inalienabile come il nostro patrimonio, «costituito da opere e contesti e dalle loro vicende storiche e conservative, territoriali e museali», non può essere equiparata a nessuna forma di capitale, neppure con il pretesto della più grave crisi economica.