Fu una rivoluzione di non poco conto (ne realizzano qualcuna anche i riformisti) quella che Giuseppe Galasso fece nel 1985, innestando nel vecchio nucleo idealistico della legge di tutela 14971939 sulla 'Protezione delle bellezze naturali' elementi obiettivi costituiti in gran parte da individuazioni morfologiche, altezze e distanze per fiumi, laghi, corsi d'acqua, ghiacciai, monti, vulcani. Apparvero così nel D.L. 312, convertito nello stesso anno nella Legge 431, quei famosi 300 metri dalla linea di costa presenti nella normativa di base attuale, il Codice dei Beni culturali e del paesaggio, all'art. 142, sotto il titolo 'Aree tutelate per legge' . Trecento metri la cui pertinenza agli aspetti tipicamente ambientali e paesaggistici, prima ancora che urbanistici, è stata sottolineata con importanti sentenze dalla Corte Costituzionale. Si discute ora, con preoccupazione, del rischio che - superate le norme urgenti che portarono alla tutela della linea di costa per ben due chilometri entro l'interno si possano sacrificare anche i famosi 300 metri mediante l'abrogazione della L.R. 451989 e delle successive modificazioni, prevista nella bozza in discussione all'art. 49 della 'Disciplina per il governo del territorio regionale'. E' importante la presenza di misure che si affianchino in modo migliorativo agli assetti della tutela previsti nel codice dei beni culturali e del paesaggio: riteniamo perciò - lo abbiamo chiesto in una lettera aperta ai consiglieri regionali della Sardegna - che sia un grande segno di civiltà che ciò avvenga. Processo migliorativo lecito, come ha indicato la sentenza della Corte Costituzionale respingendo il ricorso posto da Berlusconi contro la famosa 'norma urgente' dei due chilometri (sentenza 352006) proposta dalla Regione Sardegna. Ma è anche importante affrontare di nuovo le ragioni profonde di una misura che se colta unicamente come naturalistica sarebbe recepita in maniera incompleta. Le critiche che lamentano ostacoli allo sviluppo e di conseguenza al lavoro vengono sempre avanzate da quel trasversalissimo partito edificatorio, con radici nel pensiero della destra ma una forte sponda nello stesso Partito Democratico, e certamente ad esclusione di Rifondazione Comunista negli altri partiti della coalizione di centro-sinistra e nei sindacati. Si fa evidentemente ancora molta fatica a pensare che uno sviluppo basato sulla conservazione di un'alta qualità ambientale possa creare un lavoro diffuso più ampio, solido e qualificato di quello connesso al modello residenziale e alberghiero direttamente rovesciato sulle coste. Lavoro che nasce non solo nelle forme del turismo rurale e 'leggero' (agriturismo, bed and breakfast, residenzialità nei centri storici, gestione di aree monumentali e ambientali) ma è generato da quell'economia del tipico, delle produzioni alimentari di qualità che rifiutano le modificazioni genetiche in favore di un vero e pulito biologico (ciò è testimoniato dai presidi Slow Food o da scelte comunali come a Berchidda, in provincia di Sassari), che sappiano presentarsi, come di fatto sono, patrimonio culturale ridando fiato e spessore qualitativo alla produzione primaria agro-pastorale ed ai relativi lavori. E' questa l'unica ottica in grado di sanare la cosiddetta contraddizione turismo costiero-turismo interno, capace di ricucirla organizzando filiere economiche e di lavoro qualificato nei territori in uno spazio coerente dove le relazioni e gli attraversamenti territoriali acquistano un senso. E' bene quindi aprire gli occhi sul valore della protezione delle coste (e in generale di tutti i sistemi paesaggistici sensibili e significativi). E' compito irrinunciabile per una forza e un programma di sinistra bloccare l'assalto ai litorali e al territorio, le lacerazioni che stanno devastando anche le zone interne dove paesaggi culturali significativi e identità diffuse vengono ridotte in frantumi: guardate ad esempio come si è trasformato in pochi anni il tratto Olmedo-Alghero dal bivio Uri-Olmedo alla bella città catalana. Sono qua in discussione elementi teorici e pratici, legati allo sviluppo e al lavoro, di grande rilievo, dove il valore del paesaggio è particolarmente importante e prioritario, 'prima ancora del lavoro', perché non dobbiamo più separare il lavoro stesso dalla qualità ambientale. L'ambiente come creatore di flussi economici significativi, assieme alla gravissima crisi del Pianeta terra, si configura come risorsa produttiva e mezzo di produzione assolutamente centrale, ruolo che non dovrebbe sfuggire a sinistra, almeno negli ambienti più avvertiti e competenti nel cogliere le relative forze del lavoro. Ma gli aspetti giuridici sono importanti e controversi, e si discute continuamente se prevalgano le norme statali o quelle regionali delegate. Noi crediamo che la pianificazione urbanistica non possa essere pensata sostitutiva di norme più generali, come recita il titolo dell'art. 142, che le elenca. Il richiamo al più volte citato articolo 9 della nostra Costituzione fa di tali norme un complesso che non si esaurisce, sino ad annullarsi, nelle deleghe urbanistiche, ma assume quel grado di tutela ambientale che non può essere contraddetto dagli strumenti regionali di governo del territorio. Questo spiega i punti di vista ben sostenuti dalla Corte Costituzionale in diverse sentenze (dalla 1822006 sulla Regione Toscana alle nn. 160 e 2322008 su Piemonte e Puglia, che ribadiscono che il paesaggio va rispettato come valore primario, attraverso un indirizzo unitario che superi la pluralità degli interventi delle amministrazioni locali; pronunciamenti che rammentano come la cura della conservazione ambientale e paesaggistica spetti in via esclusiva allo Stato (art. 117 della Costituzione). Ed è interessante capire come la stessa Corte abbia respinto quella del governo Berlusconi contro la 'norma urgente' di protezione per due chilometri della fascia costiera (L.R. 2004) emanata dalla Regione Sardegna, migliorativa, e non peggiorativa, delle nome nazionali di tutela. Ci auguriamo che abbia ancora un senso quanto scritto sempre dalla Corte Costituzionale (sentenza 3672007) "In buona sostanza, la tutela del paesaggio, che è dettata dalle leggi dello Stato, trova poi la sua espressione nei piani territoriali, a valenza ambientale, o nei piani paesaggistici, redatti dalle regioni" e dalla recente 'integrazione' al Codice (Legge 632008), che sottolinea la "potestà esclusiva dello Stato di tutela del paesaggio quale limite all'esercizio delle attribuzioni delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano sul territorio". Speriamo che non si voglia creare una lacerazione grave in tale direzione, irresponsabilmente, proprio nell'ambito di un'esperienza di centro-sinistra.