ROMA. Tagli alle risorse, confusione sul modello di tutela, un manager senza competenze di beni culturali alla guida della nuova direzione generale dei musei. Arriva da un convegno organizzato a Roma dall'Associazione Bianchi Bandinelli, con soprintendenti, alti funzionari ministeriali, personalità della politica e della cultura, l'allarme per i Beni Culturali italiani. Con l'ex ministro Francesco Rutelli che punta il dito sulla politica del suo successore, denuncia la gravità dell'impoverimento delle risorse, definisce «sommamente incompetente» per il compito che gli è stato affidato il manager Mario Resca. Assente il ministro dei beni culturali Bondi, Rutelli sottolinea quanto incidano sul ministero diretto da Bondi i pesantissimi tagli stabiliti al momento dalla Finanziaria 2009: «Circa 922 milioni di euro per il triennio 2009- 2011», ricorda, che per il ministero di via del Collegio Romano, già leggerissimo rispetto al Pil (i finanziamenti ai Beni culturali pesano meno dello 0,3 sul prodotto interno lordo) «valgono venti volte tanto». Con questi tagli, dice Rutelli, «non c'è nè tutela nè valorizzazione» che respinge secco l'ipotesi di devolvere alle regioni e, peggio, ai comuni i compiti della tutela. Certo, è un problema di risorse: «senza quattrini - dice Rutelli - non si può attuare nemmeno la riforma del codice». Anche Alberto Asor Rosa insiste sulla necessità della tutela e denuncia un generale smantellamento del pubblico, dalla scuola alla cultura, che un domani, chissà, potrebbe toccare anche la giustizia. L'affondo, da Rutelli, come da Vittorio Emiliani, Marianna Madia, Vincenzo Vita, è per la scelta di affidare al manager Resca la guida della nuova super direzione dei musei. «Niente di personale - spiega Rutelli - Resca è un bravo manager, se fossi ancora sindaco gli affiderei, che so la riorganizzazione delle stazioni ferroviarie della città, ma non certo il compito che gli è stato proposto». No soprattutto, alla considerazione del patrimonio culturale «come una miniera di petrolio a costo zero», l'errore più grande è pensare che si possa far cassa con i beni culturali. In realtà basta guardarsi intorno, conclude Emiliani: «il Louvre, che pure Bondi prende a modello, ricava solo il 20 delle sue risorse da biglietti e merchandising, il resto gli arriva dal pubblico e negli Usa il Met è sostenuto per un buon 50 da pubblico e donazioni».