Sarà forse il vento della crisi che soffia gelido sui nostri pensieri più intimi, ma dimprovviso ci scopriamo spaventati partigiani del "meglio un uovo oggi che una gallina domani": ci sentiamo emotivamente più vicini a quei maestosi e poveri alberi di Piazza Venezia, condannati alla sega elettrica, che non agli archeologi, convintissimi di riportare alla luce da là sotto chissà quali meraviglie. Magari hanno ragione loro, magari davvero sotto le antiche radici di quei pini romani, di quelle palme, si nascondono reperti che spiegheranno mille cose in più sullantica civiltà romana, e sarà uno spettacolo incantevole che attirerà gente da ogni parte del mondo, e denaro, e vantaggi a non finire. Però oggi noi proviamo una pena infinita per quei tronchi altissimi che diventeranno legna da caminetto. Quegli alberi stanno lì da prima che noi apparissimo al mondo, erano forti e belli già al tempo dei martellanti discorsi mussoliniani, e durante la fatica e lentusiasmo del dopoguerra, nellallegria degli anni Sessanta, nella pioggia fitta degli anni Settanta, stavano lì e quellangolo era la loro patria. Piazza Venezia probabilmente non è la piazza più affascinante di Roma, però quegli alberi hanno sempre aggiunto una serena pennellata di verde al nostro sguardo confuso. Purtroppo questa è unepoca di tagli: tagli implacabili delle spese, del personale, degli investimenti, e anche degli alberi inermi. E allora addio pini romani, la vostra sorte sembra segnata. Avremo nuovi scavi, nuovi ritrovamenti, e dieci amici in meno.