Pur calcolando con malizia i tempi. Intanto la drastica decisione suona, oppure è?, lintimidatoria contromossa interna - qualcuno potrebbe legittimamente chiamarla controritorsione - nei confronti dei mal di pancia sindacal - corporativi degli addetti di palcoscenico che hanno fatto bella mostra di sé dieci giorni fa boicottando il concerto inaugurale della Filarmonica. Secondo, la proclamazione dello sciopero cala a mannaia sulla testa di una Sovrintendenza già un po depressa. Di ragioni per esserlo, ne aveva già accumulate settimana. Per lesito sconfortante del tanto atteso incontro ecumenico, mercoledì scorso, col ministro Bondi, concluso con un sostanziale nulla di fatto ovvero con la promessa di creare unapposita commissione. Per la vigilia ancor meno rassicurante, in cui il progetto «legge speciale» per la Scala e lAccademia di Santa Cecilia di Roma era progressivamente svanito: ucciso dal solito infallibile e molto italiano metodo demagogico. Temporeggiando e ampliando la squadra degli aventi diritto, con criteri non facili da decifrare. La via della procedura per la legge speciale avrebbe rassicurato la Scala e riacceso il carisma del sovrintendente: linattesa frenata ha indebolito Lissner e le nuove prospettive gestionali. Offrendo agli irriducibili della Fials unoccasione che sarebbe stato meglio perdere. In una sola mossa, le tre giornate di sciopero hanno leso la residua credibilità sindacale e solidarietà aziendale interna, maldisposto tutto il teatro che già sta vivendo la vigilia del «Don Carlo» e comincia a temere che gli sforzi collettivi possano essere traditi il 7 dicembre, mortificato il pubblico e il botteghino, e dato una mano alla politica culturale impresentabile del ministro. Se Bondi, Brunetta o qualcun altro tra i teatri invidiosi sosterrà che lattuale Scala non merita un trattamento a parte, come dar loro torto in questo frangente? Intanto dai responsabili sindacali viene una presa di posizione di disinteresse nei confronti del futuro del «loro» teatro. I giudizi su Lissner; la scarsa considerazione nei confronti di un interlocutore istituzionale che sembra cominciare a patire la guerra di nervi; la cordiale disistima che si legge dietro altre parole (che provengono dalla medesima parte che a suo tempo fu protagonista del filotto Confalonieri Meli Fontana Muti) obbligano a pensar male. Cioè a immaginare due possibili scenari. Nel primo Lissner se ne va. Riprende i contatti con Berlino o Siviglia oppure si mette in riva alla Senna per valutare le migliori offerte: seguendo con distacco e un po di malinconia il pellegrinaggio internazionale di Bruno Ermolli allaffannosa ricerca di unaltra vittima sacrificale per un teatro ingestibile. Il secondo scenario vede Lissner che esce da via Filodrammatici, vola a Roma, e rientra sotto lo stesso portico con la nomina a commissario straordinario. Ciò assicurerebbe il proseguimento dellattività artistica ma anche linasprimento dei rapporti e la limitazione degli spacchi di trattativa tra direzione e lavoratori. È questo che si vuole alla Scala? Ma, soprattutto, è plausibile con le ambizioni di un teatro e di masse artistiche degne - altrimenti - di «speciale» considerazione? La vera professionalità scaligera esige di poter continuare a crescere. Con questo sovrintendente, ma non dimezzato.