Scrittore e saggista, nonché critico teatrale di indubbio livello, Ludwig Börne proveniva da una famiglia ebraica di Francoforte. Infanzia e adolescenza interamente circoscitte nell'universo del ghetto, divenne una delle penne più caustiche e progressiste dei suoi anni, costantemente in bilico tra emancipazione sociale e restaurazione politica. Oggi, in tempi altrettanto oscuri, ma senza arie di rivoluzioni a darci qualche lampo di speranza, il suo nome dice poco. Eppure, nella prima metà del diciannovesimo secolo, questo ebreo miscredente, cresciuto sotto l'influsso di Mendelssohn, attratto senza riserve da Jean Paul e animato da una precisa avversione etica ed estetica per Goethe e la retorica pangermanica, fu tra i più temuti e apprezzati pubblicisti di lingua tedesca. Chiunque abbia presente l'opera di Freud, ricorderà che il nome di Börne appare, in Preistoria del movimento psicoanalitico, come l'autore del solo libro ancora conservato, tra quelli regalatigli durante la giovinezza. Conteneva un testo particolarmente significativo che fin dal titolo, L'arte di divenire uno scrittore originale in tre giorni, scontava un gusto, non indifferente, per il paradosso. Scritto di getto nel 1823, il testo di Börne è volutamente calcato (al limite del plagio, e proprio questo è il punto) su un analogo lavoro di Heinrich von Kleist, dedicato all'impossibilità di dirsi creatori di alcunché. La nostra mente - scrive Börne - è una sorta di palinsesto, un insieme di reminiscenze involontarie e di criptoamnesie continue. Solo «una riprovevole codardia mentale» - conclude - «blocca tutti quanti», e «la censura dei governi è forse meno oppressiva della censura che l'opinione pubblica esercita sulle opere del nostro spirito». È notizia di questi giorni che la mano, sempre all'opera, di questa doppia censura ha aggiunto un nuovo tassello al suo complesso mosaico proibizionista. Il 16 gennaio scorso, infatti, la Commissione europea ha avviato un procedimento di infrazione contro l'Italia, la Francia, la Spagna, il Portogallo, il Lussemburgo e l'Irlanda «affinché siano modificate le legislazioni di questi paesi che prevedono la gratuità del prestito pubblico effettuato da biblioteche e altri enti pubblici». La ragione del contendere è, ovviamente, il «prezzo del biglietto», un ticket che gli utenti dovrebbero versare nelle casse degli editori e delle loro associazioni di categoria, a titolo di risarcimento per le copie gratuitamente lette e non vendute. La notizia sarebbe passata inosservata se gran parte dei bibliotecari italiani non avesse avviato un rigoroso dibattito sul problema. Lo scenario che si apre è quello di un provvedimento che «si inscrive in un quadro generale di attacco al diritto di leggere e di consumare' cultura, musica, informazione», una censura rispetto a quell'attività creativa della lettura a cui facevano cenno proprio Kleist e Börne. Anche se non dovesse sortire effetti immediati, «la procedura ha già ottenuto il risultato di far considerare oggi plausibile ciò che fino a ieri sembrava inconcepibile». È la solita vecchia, bruttissima, storia dei (pochi e di pochi) diritti e dei sempre più invadenti doveri.