E oplà, con l'ennesima capriola il principe del lupercale, Andrea Carandini, è atterrato dritto dritto nei territori dei sostenitori di una tutela "ammorbidita", più consona (asservita?) alle ragioni della moderna, progredita società capitalista, filoamericana e antistatalista. Per uno che era partito come apostolo di un'archeologia marxista dura e pura (v. Anatomia della scimmia, correva l'anno 1979), allievo di Bianchi Bandinelli, se non proprio fra i più apprezzati dal maestro, sicuramente fra i più rumorosi, che ha predicato a schiere di studenti l'osservanza senza compromessi di una archeologia del "coccio", la dedizione assoluta alla cultura materiale nel culto maniacale del più infimo frustulo di reperto (v. Archeologia e cultura materiale, 1979 e Settefinestre, 1985) si è trattato di un bel tragitto, ma si sa, solo gli stupidi non cambiano mai opinione e di questi tempi così flessibili e veloci, una giravolta in più è solo sintomo di capacità di adattamento allo Zeitgeist. Quanto poi ai contenuti del brusco cambio di rotta, sembrano in verità alquanto confusi oltre che del tutto ignari delle più elementari nozioni di legislazione e normativa in materia dei beni culturali. Oltre all'articolo 9 della Costituzione (ma forse è quello cui si allude con l'elegante perifrasi "prassi burocratiche"), a Carandini sfugge in toto il Codice dei Beni Culturali e il secolare dibattito che ha portato all'elaborazione normativa più avanzata forse di tutto il mondo occidentale: uno dei nostri pochissimi vanti moderni di civiltà, universalmente riconosciuto. L'archeologia preventiva non è quindi conseguenza ed esercizio di queste norme, ma "tigna" di funzionari frustrati, adepti della sinistra radicale, asserviti ai pericolosi guerriglieri di Italia Nostra. Cosa poi, nello specifico, egli intenda con l'affermazione "offrire una risposta senza scavare" è difficile cogliere, quando enumera una serie di tecniche, ben note e usate dagli archeologi da decenni (complicato, però, a nostro avviso, il ricorso alla foto area in ambito urbano...) e che costituiscono, come ben sa qualsiasi qualsiasi matricola di corsi umanistici, strumenti per il monitoraggio, che aiutano a scavare, ma non risolvono il problema del che fare una volta individuata l'evidenza archeologica. Insomma di fronte alle ruspe delle tante autostrade, tangenziali, porti turistici, linee di alta velocità in costruzione, par di capire che sarebbe meglio esimersi da azioni troppo "conservative" e lasciar riposare i reperti in qualche discarica, perchè, come afferma il professore "gli archivi sottoterra sono potenzialmente vivi, resuscitabili". Se la logica di tutto l'assunto appare un po' claudicante, non così lo spirito da vecchio tribunus plebis: il climax finale in un crescendo di furor demagogico sviluppista tutto rimescola alla vecchia maniera, sempre mediaticamente spendibile, affratellando tutela e anticapitalismo, conservazione e antiamericanismo e, touch of class di sublime non-sense, avversione alla democrazia partecipata (sic!). Certo per chi negli ultimi anni ci ha sottoposto a rivelazioni quasi quotidiane su straordinarie scoperte archeologiche (dalla grotta di Romolo e Remo in su) - pur se regolarmente smentite dall'insieme del mondo scientifico - addentrarsi nei territori infidi e poco sfavillanti dei problemi connessi alla salvaguardia del nostro patrimonio nazionale è esercizio faticoso, ma necessario però a chi si dedica ad una difesa coerente e convintamente appassionata del libero mercato. Anche quello librario... (m.p.g.)
POSTILLA : in risposta all'articolo di Carandini sui talebani della tutela
Il principe del lupercale, Andrea Carandini, ha espresso un'opinione contraria alla tutela dei beni culturali, affermando che gli archivi sottoterra sono "potenzialmente vivi, resuscitabili". Questa posizione sembra essere un cambio di rotta rispetto alle sue precedenti posizioni come apostolo di un'archeologia marxista dura. Carandini ha anche affermato che la tutela dei beni culturali è "ammorbidita" e che gli archeologi dovrebbero "offrire una risposta senza scavare". Queste affermazioni sembrano essere un'espressione di antiamericanismo e di avversione alla democrazia partecipata.
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