«Il mio lavoro consiste nel creare atmosfere, non mi piace dire scenografie. Intendo attirare attenzione intorno a oggetti straordinari, portare il visitatore a entrare in quella storia antica con pochi elementi». Dopo lallestimento dello Statuario, il due volte premio Oscar Dante Ferretti è di nuovo alle prese con il Museo Egizio. Il nuovo progetto è riassunto in una enorme maquette da lui realizzata a Cinecittà, che verrà presto presentata Torino. Ferretti, un ritorno tra mummie e faraoni. Come si trova? «Guardi, è un ritorno ma ora il lavoro è del tutto diverso. Lo Statuario era una sorta di installazione che doveva essere temporanea, anche se poi è rimasta. Ora si lavora per un museo che deve rimanere tale, da svecchiare ma con mano leggera, non deve diventare Disneyland». In che cosa consiste il suo intervento? «Sono partito dallidea di un viaggio. Lungo il Nilo, e ho pensato a questa sorta di fiume virtuale sulla parete, una sorta di effetto speciale fatto però solo con elementi decorativi, vetroresina e qualche bassorilievo che simula le dune del deserto. Ma anche un viaggio attraverso la storia, per compiere il quale bastano pochi elementi descrittivi, qualche ricostruzione. Si vedono per esempio tanti oggetti che provengono da un villaggio, allora si inseriscono elementi scenografici non prepotenti che ti riportano allatmosfera di quel luogo». Lei parla di mano leggera, di interventi non prepotenti. Difficile il dialogo con quei reperti? «Certo il museo non è un set cinematografico, è importante introdurre elementi che aiutino la memoria a tornare indietro nel tempo, ma senza togliere attenzione ai reperti. Aggiungerei che ogni stanza ha la sua storia, non ci sono regole generali. In quella dedicata alla Tomba di Kha ho giocato sulla luce che cala dallalto, in altre prevale il mistero. È bello che venga fuori il mistero, fa parte di quella antica storia». (m.pa.)